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Indagine
critica sulle radici storiche del Vecchio
Testamento
"Dio
non avrebbe mai scritto un libro come
questo"
Sommario:
1
- UN FARAONE PARTICOLARE.
Una
ventina d'anni fa, mentre rovistavo nella
vecchia libreria di mio padre, fra
scaffali nei quali facevano bella mostra
di sé le eleganti costole rilegate in
tela di volumi degli anni trenta e
quaranta, mi capitò fra le mani un testo
di Sigmund Freud: "Mosè e il
monoteismo".
Rimasi stupito del fatto che Freud si
fosse occupato di quell'argomento; ero
abituato a titoli come
"Psicopatologia della vita
quotidiana", o
"L'interpretazione dei sogni", e
pensavo che il padre della psicanalisi non
si fosse mai interessato di questioni
storiche o religiose. Iniziai a leggerlo
e, devo confessare, fu un impatto
travolgente; rimasi talmente affascinato
da ciò che scoprii che mi domandai
com'era possibile che certi significativi
incontri dipendessero da circostanze così
casuali. E se non ci fosse stato questo
libro nella casa dei miei genitori?
L'avrei mai letto?
Sigmund
Freud era ebreo di nascita. Egli
apparteneva ad una stirpe che, in seguito
alla plurisecolare persecuzione subita da
parte dei cristiani, ha sviluppato per
reazione un fortissimo senso della propria
identità e trasmette ai propri figli un
orgoglio fiero, composto ma deciso, capace
di lunga rassegnazione, ma anche di uno
spirito di autodifesa e di combattimento
com'è difficile trovarne in altre realtà
etnico-religiose.
La
prima parte del libro faceva spesso
riferimento ad un faraone egiziano della
XVIII dinastia, Amenofi IV. Costui fu il
protagonista di una eccezionale riforma
politico-religiosa del sistema egiziano.
L'occidente cristiano non ha la benché
minima idea di quanto sia debitore, nelle
caratteristiche della propria identità
culturale, al faraone Akhenaton e ai
contenuti della sua riforma.
Sarà
bene procedere con calma e ordine,
cominciando da una brevissima premessa
sulla situazione dell'Egitto nel periodo
che precedette l'ascesa al potere di
questo singolare faraone.
Sotto
il regno di Amenofi III (negli anni dal
1405 al 1377 a.C.), quando Tebe era la
città reale, una fortissima casta
sacerdotale, custode e amministratrice del
culto del dio Ammon, aveva sviluppato, in
connubio con l'aristocrazia del paese, un
grande potere, ed era entrata in una
posizione conflittuale con l'egemonia
della corte faraonica. Per questo motivo,
ma anche per una propensione caratteriale
e ideologica, allorché succedette ad
Amenofi III il figlio che costui aveva
avuto dalla regina Tiye, Amenofi IV
(intorno all'anno 1377 a.C.), l'Egitto fu
protagonista del suo più grande
sconvolgimento, quale nemmeno le
precedenti invasioni degli Hyksos avevano
potuto produrre.
In
breve tempo, a partire dalla sua nomina al
trono, il nuovo faraone rivoluzionò la
religione di stato, spodestò la classe
sacerdotale, sostituì il molteplice
panteon egizio con una curiosa fede
monoteistica. Si trattava forse del
primissimo esempio nella storia di
monoteismo di stato, incentrato sul culto
del disco solare, che era chiamato Aton.
Anche la capitale fu spostata ad
Akhet-aton, più a nord rispetto a Tebe, e
il sovrano mutò il proprio nome da
Amenofi ad Akhenaton, o Ekhnaton (amato da
Aton).
Nell'insegnamento
di Akhenaton possiamo notare la insistente
ricorrenza del termine "maet"
(verità), ed egli stesso si definiva
"vivente nella verità", al
punto da sovvertire la tradizione che,
nelle opere d'arte, era solita presentare
il sovrano in una forma stereotipata,
coerente col formalismo celebrativo, e si
faceva ritrarre in scene di vita
familiare, mentre insieme alla moglie
Nefertiti e alle figlie passeggiava e
faceva offerte al dio sole.
Fu,
probabilmente, un faraone dal volto umano;
sappiamo che perseguì una politica
pacifista, riducendo le spese militari e
rinunciando alla difesa ad oltranza dei
territori fuori dall'Egitto. Possiamo
ragionevolmente ipotizzare che ciò
comportasse una diminuzione del prelievo
fiscale; possiamo anche avanzare l'idea
che il popolo percepisse, nella figura del
suo bizzarro faraone, qualcosa di meno
lontano da sé di quanto non fossero stati
i precedenti sovrani e sacerdoti. Ma
queste, ci tengo a chiarirlo, sono
speculazioni arbitrarie, senza un
fondamento nelle prove storiche.
E'
abbastanza immediato pensare che un
sistema del genere difficilmente avrebbe
potuto funzionare a lungo. Infatti gli
hittiti premevano ai confini orientali del
regno e sfruttarono la circostanza per
espandere il loro dominio a spese
dell'Egitto. Molti fra i sacerdoti
spodestati e gli aristocratici intuirono i
pericoli della circostanza e tramarono per
preparare una restaurazione del precedente
regime e riconquistare i privilegi
perduti. Allorché Akhenaton morì
(intorno al 1362 a.C.), la moglie
Nefertiti si adoperò per far salire al
trono il giovanissimo genero Tut-ankh-aton,
ma, alla morte della stessa Nefertiti,
sacerdoti ed aristocratici approfittarono
della situazione instabile e
dell'inesperienza del nuovo faraone, per
iniziare una rapida controriforma e per
rimettere in piedi gli antichi poteri e la
religione tradizionale dell'Egitto. La
città di Akhet-aton fu abbandonata e la
capitale fu ristabilita a Tebe. Anche il
nome del faraone fu opportunamente
corretto in Tut-ankh-amon, coerentemente
col culto restaurato del dio Ammon. Tutti
conosciamo il famoso faraone, è l'unico
di cui è stata scoperta la tomba intera,
inclusa la mummia, e questo ritrovamento
è stato l'evento più spettacolare
dell'archeologia egiziana.
E'
ovvio che, con l'avvento della
restaurazione, una parte della società
egiziana, che si era sviluppata alla corte
di Akhenaton, visse un pesante tracollo.
Possiamo facilmente immaginare in quale
difficile situazione si siano trovati i
suoi ex funzionari e sacerdoti,
improvvisamente esautorati e,
probabilmente, perseguitati.
Ora,
come spesso succede in questi casi, se
sono i grandi poteri a stabilire certe
tappe importanti del cammino storico, sono
alcuni poteri meno appariscenti (oserei
dire occulti) a dirigere il cammino
definitivo della storia, anche se a lunga
scadenza. Infatti è assolutamente certo
che l'esperienza del regno di Akhenaton
aveva lasciato una traccia profonda, non
solo negli interessi politici e nei
rancori di quanti erano stati colpiti
dalla controriforma, ma anche, e forse
soprattutto, nell'inconscio collettivo,
grazie all'idea di una teologia
monoteistica, che sostituiva le figure
fantasiose delle numerose divinità col
concetto affascinante di un principio
creatore unico ed universale,
irrimediabilmente superiore a quello delle
immagini dall'aspetto antropomorfico o
animale, simboleggiato dal disco solare;
in cui chiunque riconosce istintivamente
la paternità di ogni manifestazione della
vita terrestre.
Sebbene
non ci siano elementi per riportare alla
luce, dall'oblio in cui sono stati
definitivamente sepolti, i movimenti e le
trame di coloro che, per interesse o per
adesione ideologica, simpatizzavano con le
concezioni dell'ormai sconfitto sistema
politico-religioso di Akhenaton, possiamo
essere certi che questo desiderio di
ritorno alle novità di cui l'Egitto aveva
avuto un assaggio, non ha mai più
abbandonato almeno una parte della società
di questo paese, e ha giocato un ruolo non
indifferente nella dinamica delle
conflittualità interne.
2
- GLI EBREI IN EGITTO.
A
questo punto, nel nostro discorso,
possiamo innestare la realtà dei popoli
semitici che erano penetrati in Egitto,
pur non essendo egiziani, in una
condizione che troppo spesso è
semplicisticamente rappresentata dal
termine "schiavitù".
Già
in precedenza i rozzi nomadi semiti
avevano preso di mira, con le loro
migrazioni di massa, altre grandi civiltà
sedentarie, attratte dallo straordinario
sviluppo tecnologico di cui queste erano
depositarie, e della loro imponente
organizzazione urbanistica e sociale. Mi
riferisco ai sumeri, che furono
letteralmente schiacciati da questa
corrente migratoria. I semiti in questione
erano gli accadi. Un grande condottiero di
questi uomini (siamo intorno all'anno 2450
a.C.), protagonista di una clamorosa
vittoria sui sumeri, fu Sargon. Di lui la
leggenda accadica narra che era stato
abbandonato dalla madre nelle acque del
fiume, in un canestro di giunchi, per poi
essere raccolto da un acquaiolo, su
indicazione della dea Ishtar, che lo aiutò
a diventare un re potente. E' una storia
che già conosciamo, anche se con altri
protagonisti.
Adesso,
nell'Egitto degli ultimi faraoni della
XVIII dinastia, e dei primi della XIX,
succedeva qualcosa di somigliante a ciò
che era successo nel paese dei sumeri
mille anni prima; e che succede ancora
oggi nei paesi opulenti dell'occidente
cristiano. Le popolazioni circostanti,
etnicamente diverse, socialmente e
culturalmente meno evolute, economicamente
più povere (potremmo considerarli gli
extracomunitari dell'epoca), entravano in
Egitto e qui si stabilivano in cerca di
fortuna. Gli stessi Egiziani tolleravano
la loro presenza perché, non ostante gli
evidenti svantaggi del fenomeno
immigratorio, questa gente offriva forza
lavoro a basso costo, e poteva svolgere
gli innumerevoli compiti che i contadini
egizi non avrebbero potuto né voluto
svolgere. La Bibbia li rappresenta come un
popolo che aveva già maturato una sua
identità nazionale, chiamandoli ebrei. Ma
questa è pura leggenda. Infatti le
popolazioni che si erano introdotte in
Egitto per lavorare erano molte e diverse,
così come oggi, da noi, sono diversi i
marocchini dai senegalesi, gli albanesi
dagli slavi...
E'
probabile che, ad un certo punto, questa
parte della varia umanità che componeva
il tessuto sociale egiziano, abbia
acquistato un certo peso e una certa
coscienza di sé, maturando il bisogno di
acquistare anche un senso della propria
identità che, ovviamente, fino a quel
momento non esisteva perché si trattava
di un gruppo eterogeneo per lingua, razza
e culti religiosi, in cui, probabilmente,
prevaleva una componente semitica.
L'opinione
di Freud, che egli illustra con grande
chiarezza nel libro che abbiamo citato in
precedenza, è quella che le conflittualità
interne alla società egiziana e, in
particolare, le opposizioni nei confronti
della classe dominante, costituita dai
faraoni della XIX dinastia e dalla classe
sacerdotale fedele al culto restaurato del
dio Ammon, abbiano potuto concentrarsi
intorno alla nostalgia per la perduta
riforma voluta da Akhenaton.
E'
probabile che il monoteismo incentrato
sulla figura divina del sole offrisse
l'idea di un concetto universalistico che
si prestava alle istanze di quanti, in
seno alla società egiziana, erano
collocati in una posizione fortemente
emarginata e subordinata. Ed è anche
probabile che gli ex funzionari e
sacerdoti di Akhenaton, o i loro
discendenti, abbiano trovato nelle
popolazioni semitiche, che vivevano in
Egitto in una condizione di pesante
asservimento, una comunità disposta ad
ascoltarli, interessata a seguirli, a dare
loro peso e importanza. Si sarebbe così
determinata una simbiosi fra la parte
dissidente della società egiziana,
costituita da quanti avevano subito il
tracollo del sistema di Akhenaton, e le
popolazioni immigrate, le quali, fino a
quel momento, non erano state capaci di
darsi né una identità né una forza come
gruppo.
Freud
si è spinto fino ad avanzare l'idea che
l'uomo che noi conosciamo come Mosè fosse
stato un ex funzionario di Akhenaton,
anche se ciò dà adito a qualche
obiezione. Una di queste, per esempio,
riguarda i tempi; infatti una delle
probabili datazioni dell'uscita delle
popolazioni semitiche dall'Egitto è
intorno al 1250 a.C., durante il regno del
faraone Ramsete II. Sono passati cento
anni dalla restaurazione del culto di
Ammon e Mosè non potrebbe essere stato un
protagonista in prima persona
dell'esperienza del sistema di Akhenaton.
Anche se, in realtà, la datazione
dell'esodo è quanto di più incerto ci
sia e non è possibile porre questa
obiezione come decisiva. Personalmente non
credo affatto che determinare una
datazione certa per il cosiddetto esodo
sia molto importante, ai fini del nostro
discorso; infatti non è così
fondamentale che Mosè sia stato, oppure
no, un funzionario del faraone Akhenaton.
A noi importa soprattutto introdurre
un'idea: quella che gli egiziani
accomunati da un interesse nostalgico per
il sistema di Akhenaton e per la sua
concezione monoteistica, da un lato, e la
componente emarginata della società
egiziana che aveva avuto origine nei
trascorsi flussi immigratori, dall'altro
lato, avessero trovato un'intesa che li
poneva in serio conflitto con le classi
dominanti e che li aiutava a maturare una
identità di gruppo.
Ora,
gli interpreti di questo più che
verosimile processo possono essere stati
sia gli ex protagonisti del sistema di
Akhenaton, in un'epoca immediatamente
successiva alla restaurazione (fra il 1350
e il 1300 a.C.), sia i loro discendenti
(fra il 1300 e il 1200 a.C.), ovverosia
all'epoca in cui siamo soliti ambientare
l'esodo biblico.
3
- MOSE' EGIZIANO?
C'è
un aspetto estremamente importante che
Freud sottolinea con argomentazioni
puntuali e, direi, piuttosto ineccepibili.
Si tratta del fatto che Mosé sarebbe
stato un egiziano e non, come si crede
comunemente, un ebreo. Una delle basi di
questa opinione risiede nel nome stesso:
"...E' importante notare che il suo
nome (il nome di questo capo), Mosè, è
egiziano. Esso è semplicemente la parola
egiziana "mose" che significa
"fanciullo", ed è la
contrazione di forme nominali più
complesse, quali ad esempio "Amon-mose",
che significa "Amon un
fanciullo", o "Ptah-mose",
che significa "Ptah un
fanciullo", i quali nomi sono a loro
volta abbreviazioni della forma piena
"Amon ha donato un fanciullo", o
"Ptah ha donato un fanciullo".
L'abbreviazione "fanciullo"
presto divenne una forma rapida più
conveniente dell'ingombrante nome
completo, ed il nome Mose,
"fanciullo", non è infrequente
sui monumenti egizi. Il padre di Mosé
senza dubbio prefisse al nome del figlio
quello di un dio egizio, quale Amon o Ptah,
e questo nome divino si perdette
gradualmente nell'uso corrente, finché il
fanciullo venne chiamato
"Mose"" [Citazione da
History of Egypt, di J.H.Breasted, in
Freud, Mosè e il monoteismo, Pepe Diaz,
Milano, 1952].
"...nella
lingua [egiziana] "Mosè"
equivaleva a "bambino",
"figlio",
"discendente", sia in senso
letterale che metaforico..." [J.Lehmann,
Mosè l'egiziano, Garzanti, Milano, 1987].
E
ancora: "...non ci resta perciò che
il nome, il quale, malgrado la spiegazione
giudaica "tratto dalle acque",
riallaccia Mosè ai nomi egiziani Tutmosi
o Ramesse (Rah-mose)" [F.Castel,
Storia d'Israele e di Giuda, Ed. Paoline,
Cinisello Balsamo (Mi), 1987].
C'è
poi un'altra importante considerazione da
fare. Il Mosè biblico ha un abito del
tutto leggendario, a sostegno dell'idea
che la sua identità sia il frutto di una
operazione artificiale finalizzata a
rappresentarlo come il padre nazionale
degli ebrei . Infatti il racconto della
sua nascita, coerentemente con le leggende
semitiche, è la copia esatta del racconto
che riguarda la nascita del grande Sargon
di Accad, che fu abbandonato nelle acque e
poi salvato per diventare, infine, un
grande re. Evidentemente, allorché fu
redatta la storia del popolo che era
sfuggito dall'Egitto, si voleva che il suo
condottiero possedesse i requisiti che lo
rendevano meritevole, a pieno titolo, di
quella dignità. Il racconto non fu
scritto da storici, animati da uno spirito
scientifico di cronaca, ma da apologeti,
che dovevano contribuire alla creazione di
una coscienza nazional-religiosa.
Ora,
esistono altri elementi di sostegno alla
tesi del Mosé egiziano, seguace della
teologia di Akhenaton: uno è il nome che
gli ebrei utilizzano spesso per riferirsi
al loro dio, al posto del termine tabù
(indicato comunemente dal tetragramma YHWH)
che nessuno poteva pronunciare ad alta
voce. Si tratta della parola Adonai, che
ha la stessa radice (Adon) del dio solare
di Amenofi IV (Aton). I glottologi sanno
bene che le lettere t e d sono del tutto
intercambiabili nelle radici etimologiche,
pertanto Adon e Aton sono esattamente lo
stesso nome. Si osservi quanto afferma
ancora Sigmund Freud: "Il credo
ebraico, come è noto, recita:
"Schema Jisroel Adonai Elohenu Adonai
Echod". Se la somiglianza del nome
dell'egizio Aton alla parola ebraica
Adonai e al nome divino siriaco Adonis non
è casuale, ma proviene da una vetusta
unità di linguaggio e significato, così
si potrebbe tradurre la formula ebraica:
"Odi Israele il nostro Dio Aton (Adonai)
è l'unico Dio"" [Sigmund Freud,
Mosè e il Monoteismo, Milano, 1952].
L'altro
elemento è l'aspetto della famosa
"arca dell'alleanza" , che, nel
racconto biblico (Es 25, 10-22), Dio aveva
ordinato a Mosè di edificare e che, in
seguito, sarebbe stata conservata nel
tempio di Salomone fino all'invasione
assira. Essa riproduce la "barca
degli dei" dei templi egizi,
anch'essa coi cherubini ad ali spiegate.
Ma
c'è un altro elemento, senza dubbio
quello di maggior peso: Mosè è
comunemente considerato il padre del
monoteismo, ma dobbiamo ammettere che la
sua idea ha un precedente molto vicino
nello spazio e nel tempo, e molto analogo,
nella teologia di Akhenaton, pertanto ci
rimane difficile credere che la sintesi
monoteistica di Mosè non abbia alcun
debito nei confronti della rivoluzione
religiosa del faraone Amenofi IV.
Riassumendo:
1 - Mosè predica in Egitto, come
Akhenaton 50 o 100 anni prima, una
teologia monoteistica;
2 - Mosè ha un nome egiziano;
3 - Mosè ha, nel racconto biblico, una
nascita assolutamente leggendaria;
4 - Un nome del dio ebraico (Adonai), ha
la stessa radice del dio solare (Aton) di
Amenofi IV;
5 - L'arca dell'alleanza degli ebrei è
quasi identica alla "barca degli
dei" dei templi egizi.
4
- UN POPOLO ETEROGENEO.
Ci
troviamo davanti ad importanti
constatazioni: le genti che uscirono
dall'Egitto, attraverso quel processo che
la Bibbia rappresenta nel libro
dell'Esodo, erano costituite, per una
componente, da una parte della società
egiziana, quella dissidente, erede della
riforma politico-religiosa di Akhenaton,
fedele alla teologia monoteistica, e, per
l'altra componente, da un insieme
variegato di tribù, in prevalenza
semitiche, che avevano trascorso in Egitto
molti decenni, trovando interessi da
condividere. Si trattava comunque di genti
che parlavano lingue o dialetti diversi,
con tradizioni religiose diverse, legate
agli dei tribali. Non si trattava affatto
di un popolo omogeneo, che potesse
riconoscersi sotto il nome di ebrei. Ed è
per questo che il racconto biblico ci
testimonia la grande difficoltà di tenere
unito questo insieme di persone ma,
soprattutto, la difficoltà di Mosè a
mantenere una egemonia su queste genti. Si
ricordi a questo proposito il ritorno di
Mosè dal monte Sinai, col popolo che, in
sua assenza, aveva iniziato ad adorare il
vitello d'oro, restaurando, chi lo sa,
qualche culto tribale.
E'
molto verosimile che la componente egizia
di questo insieme di genti, ovverosia gli
eredi del sacerdozio di Aton, fossero
quelli che la tradizione ebraica chiama
"Leviti" e che Mosè ne fosse il
capo.
Volendo
mantenere un atteggiamento storicamente
onesto, noi dobbiamo dissociarci
dall'immagine biblica e riconoscere che,
all'epoca dell'esodo, non esistevano
affatto, o ancora, gli ebrei, intesi come
un popolo che potesse essere considerata
tale a tutti gli effetti, ovverosia con
una sua omogeneità etnica, linguistica,
culturale e religiosa, e con una storia
comune oltre al fatto di avere condiviso
uno stato di emarginazione e di
subordinazione in Egitto. Quello che la
Bibbia ci rappresenta come il momento in
cui gli ebrei realizzarono il loro
riscatto dalla schiavitù egiziana è, in
realtà, il primo momento in cui gli ebrei
iniziano ad inventarsi come popolo. Mosè
fu il loro punto di riferimento, come
Maometto, 1800 anni più tardi, fu il
punto di riferimento per la nascita di una
nazione araba. Allora possiamo quasi
affermare che la Bibbia non fu un prodotto
degli ebrei ma, al contrario, furono gli
ebrei un prodotto della Bibbia, nel senso
che i principi teologici della Bibbia
furono concepiti col fine primario di
offrire una base adatta a creare e
consolidare l'identità etnico-religiosa
di quell'insieme di tribù che si era
voluto far diventare popolo.
5
- DAVID, L'UNTO DI YHWH.
I
fuoriusciti dall'Egitto, governati da una
casta egiziana e da un capo che aveva
riciclato il monoteismo di Akhenaton,
ebbero vita difficile e peregrinarono in
cerca di una casa finché non giunsero nei
pressi di quella striscia di territorio
che sta tra il fiume Giordano e il mar
mediterraneo. In quel contesto di deserti
infuocati (Sinai, Negev, penisola
arabica...), dove in estate il sole,
picchiando sulle rocce e sulle sabbie
nude, produce comunemente temperature di
50 e persino 60 gradi che arrostiscono
ogni creatura vivente, le colline della
palestina, che sfiorano i mille metri
d'altitudine, arrestano il vento che viene
dal mare e facilitano le piogge, creano un
ambiente assolutamente idilliaco. Clima
temperato, boschi verdeggianti, erba
adatta al pascolo, stambecchi che
scorrazzano, sorgenti di acqua fresca e
terra fertile.
Chi
non avrebbe pensato che quella sorta di
oasi incredibile era un giardino preparato
apposta dal creatore come dote per un
popolo che godeva di una sua particolare
simpatia?
Ma,
ahimé, altre genti occupavano questo
suolo. Tribù che non erano molto
intenzionate ad accettare l'intromissione
di questa nuova banda di nomadi.
Certamente
i fuoriusciti dall'Egitto ebbero da
affrontare prove molto dure, come del
resto è chiaramente testimoniato dal
racconto biblico relativo al tutto il
lungo periodo che separa Mosè da David
(due o tre secoli). Un periodo di lotte
interne e di conflitti esterni in cui
queste genti, oltre a combattere con gli
indigeni che trovavano sul loro cammino,
dovevano anche combattere contro quella
crisi di identità che non poteva non
affliggere coloro che tentavano di
comportarsi come popolo, pur essendo un
miscuglio molto bastardo. Ed è per questo
che la società di Israele ha sempre
conservato nella sua struttura una
molteplicità che, nei fatti, si è
espressa nella suddivisione in dodici tribù.
Ovviamente,
le vicende e i disagi che questo insieme
di genti ha dovuto vivere nei due o tre
secoli successivi all'uscita dall'Egitto,
ha influito profondamente sulla
maturazione della loro concezione
religiosa. Infatti, sebbene l'eredità
teologica della concezione monoteistica di
Akhenaton fosse il concetto di un creatore
unico per tutto l'universo e per tutti gli
esseri, fu impossibile evitare che queste
tribù, impegnate in una dura lotta per la
sopravvivenza, non sviluppassero
un'immagine del dio come
"proprio" dio, un dio che amava
intervenire a favore del suo popolo
prediletto, un dio che determinava gli
esiti delle battaglie e veniva definito
per questo "dio degli eserciti".
Questa,
filosoficamente parlando, è senz'altro
una involuzione del monoteismo pacifista
di Akhenaton, che sembrava accarezzare
l'idea incredibilmente moderna di una
religione universale, legata all'immagine
di dio non come signore tribale, ma come
signore della natura, depositario di
quella potenza che elargisce e governa la
vita di tutte le creature. Ma è anche
vero che Akhenaton, in giovane età, come
principe ereditario, si è trovato senza
fatica sul trono di una antica e splendida
civiltà. Per lui è stato facile
immaginare una religione universale e
pacifica, e non possiamo dimenticare che
la sua politica idealista, in fin dei
conti, è stata abbastanza rovinosa per
l'Egitto.
Il
dio unico di Israele non è più quel sole
equanime che splende per tutti, i cui
raggi scendono sulla terra come mani
amorose che accarezzano tutte le creature.
Il dio di Israele diventa molto
partigiano, intende sterminare coloro che
non vogliono essere suoi fedeli, incarica
un popolo prediletto di farsi esecutore
impietoso di questo piano finalizzato al
risanamento spirituale dell'umanità.
Questa è ovviamente la proiezione
narcisistica eseguita da un gruppo umano
che, a differenza di Akhenaton, non ha
ereditato lo splendore di un antico e
ricco paese, bensì non ha ancora una
terra, non ha una storia comune, non ha
altro che povertà, nemici ostili e crisi
di identità collettiva.
Che
altro può fare, un gruppo umano come
questo, se non inventarsi un orgoglio
nazional-religioso, anzi, una missione
spirituale, un patto privilegiato col
creatore, colmare il proprio immaginario
collettivo con l'idea di essere, fra tutti
i popoli, il favorito del creatore e di
legittimare il proprio interesse
promuovendolo al rango di una causa di
giustizia universale? Non solo è una idea
necessaria, ma si tratta di una idea
geniale, assolutamente vincente e, sebbene
il presunto favore di dio sia solo una
invenzione narcisistica, chi, in Israele,
avrebbe osato metterlo in dubbio? Ed è
così che l'idea di un monoteismo di
stato, presa in prestito da Akhenaton, che
non si era rivelata utile per il vecchio
Egitto, si rivelò utile per il giovane
Israele; adattando però una parte della
sua filosofia alle necessità di questo
popolo nascente e assumendo tinte di
spiccato nazionalismo.
6
- IL REGNO DI DIO.
Uno
dei momenti più gloriosi della sua storia
Israele l'ha vissuto quando, a seguito di
brillanti vittorie contro i popoli
indigeni della palestina, si è
trasformato in un regno, prima sotto Shaul,
capo della tribù di Beniamino, e subito
dopo sotto David, un umile pastorello
della tribù di Giuda, che era andato in
sposa alla figlia di Shaul.
Shaul
era riuscito a riunire sotto lo stesso
regno solo tre tribù e non aveva
stabilito una capitale, mentre David, un
individuo affascinante, abile,
spregiudicato, anzi, decisamente cinico,
seppe riunire tutte e dodici le tribù
sotto un grande regno. E poiché si
trattava del regno di un popolo che aveva
ormai maturato la convinzione di essere
depositario di una missione affidatagli
direttamente da dio, o meglio, che era
cresciuto e aveva vinto proprio perché
aveva trovato la sua identità e la sua
forza inventandosi tale convinzione, quel
regno non poteva essere altro che il
"regno di dio". E il suo compito
era quello di splendere davanti a tutti i
popoli della terra come luce di verità.
David
fu l'unto del signore, messia (mashiah in
ebraico, che si traduce christos in greco
e cristo in italiano). Le sue umili
origini devono in qualche modo essere
promosse e la Bibbia ci racconta del
profeta Samuele che va a Betlemme (città
natale di Davide) e, ispirato da dio, lo
riconosce come colui che regnerà su
Israele e lo cosparge con l'olio
dell'unzione.
David
esprime un disegno ambizioso: dare una
capitale grandiosa al regno di dio e
erigervi un tempio monumentale, che
potesse competere con la memoria degli
splendori egiziani, sumeri, babilonesi...
E' sua la scelta felice di Gerusalemme
come capitale, sopra uno dei colli più
fortunati della palestina, fra i boschi, a
ottocento metri di altitidine, dove i
nemici non possono sorprendere con
attacchi imprevedibili, dove zampillano
sorgenti rigogliose e dove il clima estivo
è quello, delizioso, di una località di
vacanze di mezza montagna.
Ma
David dovette anche affrontare un problema
che non era per niente risolto e che
dimostra, in modo inequivocabile, quanto
eterogeneo fosse questo popolo e come
fosse difficile tenerlo unito. David
dovette superare gravi difficoltà
interne, fra cui una ribellione voluta da
uno dei suoi figli, Assalonne, che egli
non esitò a far uccidere.
E
così David non riuscì a edificare il
tempio, sarà uno dei suoi figli,
Salomone, che egli ebbe da Betsabea, a
realizzare questa ambizione, ma i costi di
tale impresa furono talmente elevati, in
termini umani e fiscali, da far
precipitare il problema della coesione
interna, che non poteva non essere sempre
minaccioso in un popolo che si era
inventato tale, appiccicando insieme tribù
diverse e dalle origini più varie.
E
così il sedicente "regno di
dio" si sfasciò troppo presto sotto
il proprio peso e si trasformò in due
regni: quello di Israele, nelle regioni
della attuale Samaria (palestina centro
settentrionale), e quello di Giuda, nelle
regioni a ovest del Mar morto (palestina
centro meridionale). Il regno di dio durò
meno di un secolo, né mai più trovò il
suo antico splendore. Furono uomini come
quello che Pilato fece crocifiggere alla
vigilia di una festività pasquale che,
mille anni dopo David, tentarono di
replicarne l'impresa, ma fallirono e
finirono puntualmente i loro giorni con le
mani e coi piedi inchiodati.
7
- UN LIBRO SACRO CHE RACCONTI LA NOSTRA
GLORIOSA STORIA.
L'ideale
monoteista, in associazione con la
convinzione di essere toccati da una
scelta di dio, e quindi di essere gli
affidatari di una missione spirituale e i
destinatari di una terra promessa, è
l'ideologia che ha consentito agli ebrei
di inventarsi come popolo, di svilupparsi,
di risolvere i suoi problemi di
sopravvivenza, di mantenere una difficile
coesione, per quanto traballante essa sia
stata. Ed è per questo che gli ebrei, ad
un certo punto della loro storia, fra le
tante altre cose geniali che hanno fatto,
hanno deciso di darsi come punto di
riferimento delle scritture.
Naturalmente
una buona parte dei contenuti che tali
scritture avrebbero dovuto esprimere era
già preesistente alla loro stesura in
forma grafica e, come è normale nei
popoli antichi, la loro conservazione e
trasmissione era stata affidata ad una
tradizione orale di cui i saggi erano i
depositari. Ma una scrittura da leggere in
pubblico, le cui frasi fossero da imparare
a memoria e da ripetere innumerevoli
volte, intorno alla quale la gente si
sarebbe potuta incontrare, avrebbe offerto
al popolo qualcosa di assai più concreto
e tangibile che non la sapienza custodita
da una ristretta elite di iniziati.
Quand'è
che questa necessità si presentò con una
urgenza irrinunciabile? La risposta è
senz'altro all'epoca della formazione del
regno, quando David tolse alla tribù di
Beniamino l'egemonia per darla alla tribù
di Giuda e scelse, o impose, Gerusalemme
come capitale. E' questo il momento in cui
gli scribi si sono rimboccati le maniche e
hanno redatto i primi libri. Come minimo
è questo il momento in cui diventano
bianco su nero le storie di Abramo e di
Isacco e, forse, molte altre cose.
Ovviamente
gli scribi del "regno di dio"
appena nato, sono spinti da una serie di
esigenze molto precise. La coesione fra le
genti del regno è precaria, la scrittura
deve eliminare questo vizio congenito di
Israele, essa non solo deve raccontar loro
che essi sono figli dello stesso dio, ma
figli di uno stesso padre umano, e Abramo,
figura di cui non sapremo mai se è
prodotta dalla fantasia o dalla storia,
vince questo ruolo. A lui dio chiede delle
prove molto dure, infine lo sceglie per
dare origine al popolo a cui sarà
affidata la missione.
Nel
redigere queste scritture gli scribi
compiono una sintesi colossale e fanno man
bassa di tutto il materiale che possono
raccogliere per rendere la loro opera
nobile, grandiosa, venerabile,
prestigiosa, autorevole. Oggi la Bibbia ci
si presenta come parola di dio perché i
suoi redattori furono spinti dalla
necessità ideologica di farla apparire
tale al giovane popolo di Israele.
Una
parte abbondante della mitologia del
vicino oriente confluisce in questa
sintesi, non solo quella accadica,
ovverosia quella dei popoli che
condividevano con Israele la radice
semitica, ma anche quella sumera, una
etnia completamente diversa, con cui gli
accadi avevano avuto a che fare a lungo. E
così il quadro della genesi si apre con
una scena assolutamente sumera, ovverosia
con il racconto della trasgressione
primordiale compiuta da Adamo e Eva nel
giardino dell'Eden. E poi continua con il
racconto del diluvio, che è letteralmente
sottratto all'epopea sumera di Gilgamesh,
poi ripresa dai babilonesi, in cui Noè si
chiamava Ziusudra, Uta-napishtim,
Atrahasis. Ed anche il racconto della
torre di Babele ha come punto di
riferimento gli ziggurat mesopotamici,
mentre la confusione delle lingue sta
senz'altro a rappresentare il disagio
dovuto all'imbastardimento della società
sumerica in seguito alla consistente
infiltrazione accadica.
Un
presupposto di grande importanza è la
creazione fittizia di una continuità, o
meglio, di una linearità. Una delle
principali mistificazioni prodotte da
questa esigenza è, per esempio, il fatto
che gli ebrei avessero questa radice
etnica unitaria e fossero un popolo prima
ancora delle vicende dell'esodo. Sarebbero
stati un popolo già in Egitto, un popolo
schiavo e prigioniero da raffigurare con
una buona dose di vittimismo ma, a parte
il fatto che gli immigrati e gli
emarginati della società egiziana non
avranno certamente avuto vita facile né
molto privilegi da condividere, si tratta
di una rappresentazione del tutto falsata.
Infatti non si trattava di un popolo
omogeneo; né il loro stato poteva
definirsi schiavitù secondo quella
accezione del termine a cui siamo stati
abituati dall'immagine latina, ovverosia
dello schiavo inteso come oggetto
subumano, che è proprietà privata del
suo padrone, su cui quest'ultimo ha pieno
diritto di vita e di morte. Abbiamo una
subordinazione del tutto diversa, che non
rispecchia questo cliché romano.
Al
fine di ottenere l'effetto della continuità
storica, le scritture abbondano di lunghi
elenchi di patriarchi i quali, posti in
fila in lunghe paginate, offrono una
efficace suggestione didattica. E molti
imparano a memoria, e ripetono
all'infinito questi elenchi, finché essi
realizzano un condizionamento psicologico
che infonde nell'immaginario collettivo
l'idea di appartenere ad un popolo che ha
radici antiche, che ha una messaggio da
trasmettere, che ha una eredità da
salvaguardare.
Dopo
avere costruito la figura chiave del padre
della razza, Abramo, è necessario
costruire quella del padre della nazione,
Mosè. Ed è così che l'egiziano diventa
ebreo, gli si innesta artificialmente la
mitologia accadica del "salvato dalle
acque", lo si fa salire sul monte
Sinai per incontrare personalmente il dio
dell'universo e prendere da lui le tavole
della legge. E, sebbene una componente
considerevole della teologia di Mosè
abbia una derivazione dal monoteismo di
Akhenaton, questa radice è completamente
recisa e abbandonata nell'oblio.
Esattamente come mille anni dopo, quando
dal monoteismo ebraico, attraverso la
sintesi sincretistica di San Paolo, si
stacca la fede cristiana, che recide il
suo cordone ombelicale e rinnega
l'ebraismo, pur avendo derivato da quello
una mole fondamentale del suo bagaglio
teologico e scritturale.
Il
leit motiv di questa base dell'identità
etnico religiosa di Israele deve essere,
senza mezzi termini, la continua regia di
dio dietro le quinte del teatro storico. E
così è, attraverso i suoi frequenti
interventi. Quando manda le piaghe in
Egitto, quando apre le acque del mar
rosso, quando fa scendere la manna, quando
ferma il sole in pieno cielo durante una
battaglia, o guida la mano del pastorello
David a colpire il gigante Golia.
I
protagonisti umani che svolgono un ruolo
fondamentale in questa storia sono quasi
sempre ammantati da una cornice
miracolosa, le loro nascite sono
annunciate, le loro madri partoriscono pur
essendo sterili, le loro gesta non sono
completamente umane. Il prodigio è la
chiave di autentificazione della
scrittura, il sigillo di riconoscimento
dell'autorità.
Le
figure di Abramo e di Mosé si completano
con quella di David, il padre politico, il
messia, il costruttore del "regno di
dio".
Anche
in seguito, dopo lo scisma dei due regni
che avvenne alla morte di Salomone, e
quando il paese iniziò a subire un
plurisecolare destino di dominazioni
straniere, sotto gli assiri, i babilonesi,
i persiani, i greci e i romani, le
scritture sono caratterizzate da un fine
primario: salvaguardare l'eredità
nazionale, continuare a dimostrare che
Israele è sempre, malgrado tutto, il
popolo di dio, che il suo futuro gli
riserva un riscatto. Il profetismo
messianico, ovverosia l'attesa di un
liberatore che ripeta la figura di David e
ricostruisca il "regno di dio",
diventa un motivo ricorrente, finché si
trasforma in autentica ossessione e porterà,
sotto la dominazione romana, ad una crisi
fatale. L'imperatore Tito, interprete
della esasperazione romana nei confronti
di questo popolo, visto come affetto da
una patologia teocratica maniacale, farà
strage e rovina degli ebrei e della loro
capitale, ed essi ricadranno
improvvisamente nella condizione in cui si
trovavano in Egitto, come emarginati
vittime di una diaspora penosa.
E'
il momento in cui l'eredità monoteistica
di Akhenaton, che aveva subito una prima
grande trasformazione con la sintesi
biblica, subisce una seconda grande
trasformazione con la sintesi cristiana.
Occorreranno ancora cinquecento anni perché
maturino in medio oriente le condizioni
per la terza sintesi: quella coranica.
Adesso
non vorrei essere accusato di ambizioni
profetiche, perché è solo la ragione, e
non la visione mistica, che mi suggerisce
quando sarà la prossima tappa del
monoteismo: quando il sistema commerciale
globalistico avrà mostrato in modo
drammatico la stridente contraddizione che
esiste fra la promessa del benessere
tecnologico e la crescita inarrestabile
dei problemi planetari (demografici,
economici, politici ed ecologici),
facendoci vivere tragedie di dimensioni
bibliche che oggi non abbiamo nemmeno il
coraggio di immaginare. Allora nascerà
una nuova sintesi religiosa e potrebbe
addirittura darsi che l'essere supremo sia
di nuovo rappresentato come un disco
solare, circondato da una corona di raggi
che scendono sulla terra e terminano con
mani affettuose che carezzano le creature.
E' una visione non lontanissima da ciò
che accadrà realmente, nel millennio che
sta nascendo.
Io,
personalmente, sono già pronto. Ma il
momento è ancora prematuro.
Firenze,
15/11/1999
David
Donnini
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