|
Il
Presidio NO DAL MOLIN e le lotte per la pace
Di
Antonella Randazzo per www.disinformazione.it
– 28 maggio 2007
Autrice del libro “DITTATURE:
LA STORIA
OCCULTA
”
L'Italia,
la Germania
, il Giappone,
la Repubblica Ceca
e i paesi del Sud America sono accomunati dalla
forte protesta della popolazione contro la
subordinazione al potere degli Stati Uniti, attuata
attraverso basi militari, che rappresentano un
coacervo di illegalità, distruttività e morte. Già
nel febbraio del 2003, i tedeschi avevano protestato
per la base di Geilenkirchen, nell'ovest della
Germania, dove si stavano svolgendo le operazioni di
trasferimento in Turchia di aerei da ricognizione
Awacs, per la preparazione dell'aggressione
all'Iraq. La protesta fu organizzata dal movimento
pacifista cattolico Pax Christi e dall'associazione
antimilitarista "Resist the War", che
denunciarono l'uso degli Awacs contro l'Iraq. In
quell'occasione, il popolo tedesco si mostrò assai
più informato di quello italiano, che non si
accorse che dalla base di Camp Darby sarebbero
partiti missili contro l'Iraq.
Nel
2006, emersero informazioni su un piano statunitense
per costruire diverse nuove basi militari in Europa,
allo scopo di potenziare gli arsenali utili alle
guerre attuali e future. Nella Repubblica Ceca si
formò un coordinamento di oltre 40 organizzazioni,
che attuarono diverse manifestazioni contro la nuova
base militare. Ciò spinse gli americani a preparare
una campagna mediatica mistificatoria, per
convincere i cechi dei presunti vantaggi di una base
militare Usa. Il cavallo di battaglia della
propaganda americana fu la paura, si cercò di
convincere la popolazione a credere nelle presunte
minacce da parte dell'Iran e della Corea del Nord.
Ma dopo le numerose guerre americane di aggressione,
le popolazioni non sono così sciocche da credere
che piccoli paesi possano voler sfidare il gigante
americano, e sanno assai bene che le basi servono ad
altre guerre di aggressione o a portare avanti le
guerre già iniziate dalle autorità americane. Oggi
tutte le popolazioni europee si aspettano che le 500
bombe nucleari custodite nelle basi Nato in Europa
vengano ritirate e che non vengano costruite altre
basi militari Usa.
Secondo Chalmers Johnson, le basi militari americane
rappresentano il livello di dominio imperiale che le
autorità statunitensi hanno raggiunto:
Una
volta si poteva seguire l’espansione
dell’imperialismo contando le colonie. La versione
statunitense delle vecchie colonie sono le basi
militari. Seguendo su scala globale i cambiamenti
che riguardano le basi possiamo conoscere molto
dell’"impronta" imperiale americana e
del militarismo che l’accompagna... Nel 2005 le
basi militari americane all’estero erano 737. E a
causa della presenza militare in Iraq e della
strategia della guerra preventiva del presidente
George W. Bush, il numero continua ad aumentare...
Nel 2005 gli alti comandi militari hanno destinato
alle basi all’estero 196.975 uomini in uniforme,
accompagnati da altrettanti familiari e funzionari
civili del dipartimento della difesa. Inoltre hanno
assunto sul posto 81.425 persone. Nel 2005 il
personale militare americano dislocato in tutto il
mondo, compreso quello in patria, era di 1.840.062
unità, oltre a 473.306 funzionari del dipartimento
della difesa e 203.328 dipendenti stranieri. Nelle
basi oltreoceano, secondo il Pentagono, c’erano
32.327 baracche, hangar, ospedali e altri edifici di
proprietà, mentre quelli in affitto erano più di
16.527. Le dimensioni di questi impianti sono state
registrate nell’inventario:
2.781 chilometri
quadrati all’estero e
120.675 chilometri
quadrati in tutto. È evidente che il Pentagono può
considerarsi uno dei più grandi proprietari
terrieri del mondo. Questi numeri, benché
impressionanti, non tengono conto di tutte le basi
effettivamente occupate dagli Stati Uniti... Il
rapporto omette anche le basi in Afghanistan, in
Iraq (106 guarnigioni nel maggio del 2005), in
Israele, in Kirghizistan, in Qatar e in Uzbekistan,
anche se dopo l’11 settembre gli Stati Uniti hanno
impiantato basi colossali nel Golfo Persico e
nell’Asia centrale.
A
Vicenza, all'insaputa della popolazione, è stata
presa la decisione di costruire una nuova base
militare, per accogliere la 173esima brigata
aviotrasportata statunitense, che comprende 1800
soldati americani, attualmente in Germania. E' stato
progettato un complesso di 700 mila metri cubi di
caserme, impianti militari e logistici; 61 villette
a schiera, un albergo, un campo da bowling e un
ospedale, che sarà collegato a quello vicentino. La
spesa prevista dal Pentagono è di almeno 680
milioni di dollari. Dovrebbe sorgere una vera e
propria cittadella autosufficiente, con centri
commerciali e palestre, case e una mensa per 1.300
persone. Tutto questo ha lo scopo di agevolare le
guerre americane contro i popoli, preparando gli
arsenali per nuove guerre di aggressione.
Il presidente del Consiglio Romano Prodi, il 16
gennaio, da Bucarest annunciò che è "doveroso
mantenere gli impegni con gli alleati",
dimenticando che il primo impegno dovrebbe essere
quello preso con i cittadini, che si aspettano che
egli governi nell'interesse della popolazione, e non
per favorire il bellicismo americano.
Il
governo Prodi, ignorando completamente la
pericolosità e la criminalità delle autorità
statunitensi, propaganda di essere un “governo
amico” degli Stati Uniti, condannando l'intera
popolazione italiana al pericolo di avere sul
proprio territorio una massiccia militarizzazione.
La nuova base militare al Dal Molin nasce
dall'idea criminale di "guerra
preventiva", ossia per attuare aggressioni
contro i popoli del Medio Oriente. Il dissenso degli
italiani alle guerre preventive è pressoché
totale, e la mobilitazione popolare contro la nuova
base militare a Vicenza è emersa in tutta la sua
forza alla manifestazione del 17 febbraio scorso. I
mass media ufficiali cercarono in tutti i modi di
screditare la manifestazione parlando di
"pericolo violenze" e mettendo in campo
almeno 1300 poliziotti, come si trattasse di un
evento sovversivo e violento, da cui dover difendere
i cittadini, e non un evento voluto dai cittadini
per affermare la propria volontà di pace. In realtà,
il dispiegamento delle forze di polizia serve sempre
più ad intimidire i cittadini, per scoraggiare ogni
dissenso o protesta. Nonostante le intimidazioni del
governo, a Vicenza si ebbe un corteo di oltre
150.000 persone.
Il
popolo vicentino (come l'intero popolo italiano), è
un popolo pacifico, che ama la vita serena e dedita
ai valori religiosi e alla famiglia, la sua realtà
è ben distante da quella che le autorità
statunitensi vorrebbero imporre al mondo intero: un
futuro di distruzione e guerra contro chiunque metta
in discussione la loro supremazia. Proprio nei
giorni delle proteste di Vicenza, le forze militari
statunitensi colpivano diverse città irachene,
arrestando e torturando civili inermi, ed esponendo
i corpi martoriati per terrorizzare la popolazione.
Tutto questo orrore risultava del tutto
insignificante agli occhi del governo italiano, che
attraverso i media, metteva in evidenza le previste
violenze dei vicentini, anziché denunciare i veri
crimini e i responsabili. Le nostre autorità ci
vorrebbero far credere che gli Stati Uniti sono un
paese "democratico", e spacciano la
subordinazione coloniale dell'Italia per
"amicizia fra popoli".
Nei
giorni del dissenso vicentino, si aprì una campagna
mediatica che mostrava i "nuovi
terroristi", ovvero le presunte nuove brigate
rosse. La notizia veniva oltremodo amplificata dai
telegiornali e dai quotidiani, che mettevano i
titoli che denunciavano il terrorismo accanto alle
notizie su Vicenza. E' davvero una strana
coincidenza che, proprio quando le manifestazioni di
dissenso al governo saltavano alla cronaca,
apparivano presunti terroristi, le cui notizie
giungevano ad occupare diverse pagine dei giornali.
E' più di un sospetto che le nostre autorità
abbiano attuato strategie mediatiche per screditare
il dissenso o criminalizzarlo, in modo tale da
isolarlo e distruggerlo. Ma l'esperienza della
"strategia della tensione" e del G8 di
Genova ha insegnato qualcosa agli italiani, che oggi
possono comprendere quale sia la vera natura
dell'attuale potere politico. Spaventare brandendo
il pericolo terrorismo potrebbe risultare ancora più
inefficace se si pensa che vengono accusati di
terrorismo persino cantanti che criticano il
Vaticano, i pacifisti e i no-global. Tentare di
associare il legittimo dissenso al terrorismo è
patetico, oltre che disonesto, antidemocratico e
immorale.
Dopo
il sì di Prodi, Vicenza, rimasta sconcertata, si è
sollevata gridando "Vergogna, vergogna"'.
Alcuni vicentini hanno bruciato le bandiere
dell’Unione e le tessere elettorali. Al sindaco,
Enrico Hullweck, venne chiesto di indire un
referendum, ma egli si rifiutò perché sapeva
benissimo quale sarebbe stato il risultato.
Non tutti i politici hanno voltato le spalle ai
cittadini di Vicenza, Olol Jackson, leader dei
Verdi, che si è autosospeso dal suo partito, ha
spiegato il suo appoggio alla lotta:
Stiamo
lottando solo per difendere la nostra terra, il
nostro sogno di pace: la verità è che l’Ulivo
intende conquistare voti in Veneto con una politica
di destra, come ha fatto col Mose a Venezia...
Quello del no al Dal Molin è un movimento
trasversale, costituito da cittadini di ideologie
diverse, anche opposte. Questa base ci costerà
tantissimo sotto il profilo economico, perché il 40
per cento delle spese sarà a carico nostro. Poi sul
piano territoriale, per l’esagerata e scriteriata
occupazione di suolo e, in piena crisi idrica,
dovremo dare metà dell’acqua agli Usa.
Per
far accettare la nuova base, sono state dette
diverse menzogne, ad esempio, che gli americani
porterebbero lavoro e denaro, o che ci sarebbe stato
soltanto un modesto ampliamento della base già
esistente. Ma i vicentini non sono caduti nei
tranelli, e hanno compreso assai bene la pericolosità
della situazione. Spiega Gianni Turcato,
coordinatore dei Giovani Comunisti: "Fanno
sorridere, per non piangere, le dichiarazioni di
Prodi sul fatto che quello del Dal Molin è un
problema urbanistico. Gli Usa sono casomai
un’impresa di demolizione molto efficiente,
soprattutto con i loro bombardamenti intelligenti
che hanno utilizzato in vari Paesi. Dopo l’11
settembre l’America ha lanciato la sua politica
del terrore globale e Vicenza rischia di diventare
l’avamposto dove si preparano i conflitti".
La
protesta di Vicenza permette a tutti gli italiani di
mettere in discussione l'appoggio diretto o
indiretto ad una politica di guerra continua, che
serve soltanto al mantenimento dell'assetto di
potere attuale. La protesta contro la basi militari
è un passo verso la pretesa di un nuovo assetto
politico-economico, fondato sul rispetto dei diritti
umani e sulla gestione equa e saggia delle risorse
dei paesi del mondo.
Se amiamo davvero la vita, i nostri figli e noi
stessi, abbiamo il dovere di rigettare l'ordine
mondiale che l'élite anglo-americana ci sta
imponendo, e di rifiutare con determinazione la
tortura, la violenza, la distruttività e la guerra.
Non c'è una via di mezzo: o siamo complici dei
crimini perpetrati con le continue guerre di
aggressione ai popoli, oppure ci dissociamo e
pretendiamo, nei fatti, ciò che ci viene promesso a
parole: la democrazia, la pace e la sovranità sul
territorio.
Il
presidio permanente "No Dal Molin"
organizza diverse iniziative culturali e di
sensibilizzazione al problema della militarizzazione
statunitense. Da qualche mese viene pubblicato il
Giornale Dal Molin, che spiega le ragioni della
lotta e fornisce una vera informazione su questioni
importanti per tutti i cittadini italiani.
Il mancato ascolto dei politici alle giuste istanze
sollevate dai vicentini ha prodotto uno scollamento
fra l'attuale classe politica e la cittadinanza. E'
stato creato un senso di rigetto del sistema
politico attuale, che di fronte ai problemi dimostra
come esso non è a servizio dei cittadini, ma un
organo di controllo e di potere sui cittadini, servo
di un'oligarchia che gestisce indisturbata il potere
finanziario ed economico.
I vicentini hanno mandato una lettera ai
parlamentari statunitensi per indurli a non votare
per la costruzione della nuova base militare di
Vicenza. Fra le altre cose, la lettera diceva:
"Vicenza è un'antica città piccola e bella...
i suoi cittadini non vogliono la base americana ma
possiamo assicurare che non hanno sentimenti
antiamericani, essi vogliono soltanto proteggere il
patrimonio italiano".
Per
il bene della popolazione mondiale, occorre
avversare in modo netto e deciso lo strapotere
statunitense, che oggi sta imponendo basi militari
ovunque, col pretesto della "lotta al
terrorismo". L'Africa sta subendo crimini e
violenze ancora più massicce rispetto al periodo
coloniale. Tutto è ormai posto sotto il controllo
americano: ufficiali e soldati americani vanno e
vengono per l'intero continente, attuando piani di
distruzione, assalti e torture contro i popoli
africani. L'obiettivo delle autorità statunitensi
è che il mondo diventi una grande base militare, e
che ovunque i popoli accettino passivamente,
impauriti, il loro potere criminale. Continuano ad
organizzare eserciti per ogni parte del mondo: per
l'Africa c'è l'United States Africa Command (Africom),
per l'Europa c'è l'United States European Command (Eucom),
nel Caucaso e nei pressi del Mar Nero c'è
la Joint Task
Force-East, mentre in Afghanistan gli Stati Uniti
comandano l'International Security Assistance Force
(Isaf). Inoltre, nuove basi stanno sorgendo in molte
parti del mondo. In Marocco, a Tan Tan, è stata
creata una base americana per controllare il
Mediterraneo e il Nord Africa. Il Montenegro, dopo
aver proclamato l'indipendenza, il 3 giugno 2006, è
stato militarizzato dagli Usa. Dopo aver posto basi
in Bosnia e in Kosovo, con la base del Montenegro,
gli Stati uniti possono controllare tutto il sud-est
europeo, e potranno installare radar e missili
intercettori, che saranno rivolti verso il Medio
Oriente e il Nord Africa.
Tutto
questo ha l'obiettivo di reprimere, distruggere vite
umane, esercitare violenza e imporre il dominio con
la forza delle armi. La militarizzazione porta un
clima di orrore e di morte, come spiega lo studioso
Joseph Gerson:
Non
dimenticherò mai il volto di una donna di Okinawa
che ha condiviso il ricordo di come quando era una
ragazza, la sua intera generazione di ragazze –ora
donne di mezza età-, fosse terrorizzata dal brutale
stupro e assassinio di una giovane ragazza da parte
di un soldato USA. O lo sguardo dei più contadini
di Okinawa –ognuno dei quali indossava una fascia
per capelli con scritto “La vita è sacra”- che
facevano un sit-in al di fuori del tribunale di Naha,
chiedendo la restituzione della loro terra... È
grazie alla passione con cui ha insistito un giovane
attivista coreano contro le basi, che io ho visto un
CD, che la sua organizzazione aveva fatto
sull’uccisione di due ragazze -Shin Hyo-soon e
Shim Mi-sun- da parte di un carro armato poche
settimane dopo quell’atrocità e per la sua
insistenza che io ho fatto qualcosa su questo. E un
buon amico islandese una volta mi ha raccontato come
i dimostranti una volta piazzarono la testa di un
cavallo su una pertica per invocare le antiche
divinità vikinghe di sbarazzare l’isola
dell’abominevole base aerea di Kefkavik. Lo
facevano a mo' di burla, ma erano quanto mai
seriamente impegnati.
Le
basi portano insicurezza, l’assenza di
autodeterminazione, di diritti umani e di sovranità.
Degradano la cultura, i valori, la salute e
l’ambiente delle nazioni ospiti e degli Stati
Uniti. Se permetti di essere colpito dalla
sofferenza d’un altro, questa diventa tua.
L’imperativo diventa por fine alla sofferenza
altrui.
Le
brutali aggressioni all'Iraq e all'Afghanistan sono
servite anche a far capire chi comanda, e
l'occupazione militare delle ex repubbliche
sovietiche, Tajikistan, Kirgisistan e Uzbekistan,
dovevano servire ad indicare nelle autorità di
Washington l'unico potere imperiale del mondo
attuale. Nelle ex repubbliche sovietiche sono state
imposte numerose basi militari permanenti,
costringendo i popoli a perdere la loro sovranità
territoriale.
E' ora di riconoscere che questo gruppo di persone,
che organizza guerre e vuole militarizzare il mondo,
è affetto da patologie psichiatriche di grave entità,
e non si può continuare a concedere a persone
gravemente disturbate il potere sulle nostre
esistenze e sul nostro territorio. Occorre capire
profondamente la follia che c'è nel voler fare le
guerre e nel torturare, violentare le donne e
uccidere bambini. Questo gruppo di persone è capace
di esaltare la morte e la distruzione, dando alle
guerre o alle battaglie nomignoli che richiamano
forza, eventi naturali o buffi, come "Tempesta
nel Deserto" (Desert Storm), "Agita e
cuoci al forno" (shake and bake) o
"Colpire e terrorizzare" (Shock and Awe).
Parlano di “Nuovo ordine mondiale”, come se noi
tutti fossimo burattini nelle loro mani. Ci
impongono un sistema fondato sulla forza, per
convincerci a continuare a stare sottomessi, ma
tutto questo ha un limite e avrà una fine.
La
massiccia militarizzazione delle autorità Usa non
è sostenuta soltanto dalle nostre autorità, ma
anche da alcuni grandi industriali e banchieri, che
guadagnano cifre da capogiro grazie alle guerre.
Questi guadagni aumentano di anno in anno. Nel 2006
le autorizzazioni all'esportazione di armi hanno
superato i 2,1 miliardi di euro, il 61% in più
rispetto all'anno precedente. Le banche hanno
incassato almeno 1,5 miliardi di euro, guadagnando
in "compensi di intermediazione" oltre
32,6 milioni. La banca che ricava più guadagni
dalle guerre è il gruppo San Paolo IMI, seguono
Banca nazionale del lavoro, Banco di Brescia, Banca
Popolare Antoniana Veneta, Banca Intesa, ecc.
Altre banche, come
la Banca Popolare
di Vicenza,
la Banca
di Sardegna e
la Banca Antoniana
Popolare Veneta, sono controllate dalle "banche
armate". Tutto questo spiega perché i grandi
imprenditori e l'élite ricca italiana siano così
tanto favorevoli alla militarizzazione americana del
nostro territorio e alle guerre americane. La
popolazione non soltanto non guadagna nulla da tutto
questo, ma perde la sovranità territoriale, deve
pagare enormi spese di guerra, e il 41% del costo di
stazionamento delle basi americane. Le nostre
finanziarie vengono fatte, non per migliorare le
condizioni del paese, ma per stanziare denaro per le
guerre e per pagare le banche. Basti pensare che
nell'ultima finanziaria sono stati stanziati 1,7
miliardi di euro per armamenti e tecnologie, che
soprattutto
la Finmeccanica
avrebbe fornito ad Israele, sulla base dell'accordo
stipulato nel 2005.
Massimo D'Alema, propagandando il suo
"pacifismo" sulla questione mediorientale,
nasconde che il nostro paese, come altri (in
primis Gran Bretagna e Stati Uniti), fornisce
armi e tecnologia bellica che saranno utilizzati
contro il popolo palestinese. Molti sanno che dietro
la distruttività e il bellicismo delle autorità
israeliane ci sono quelle stesse persone che
organizzano le guerre di aggressione. Israele
possiede missili nucleari puntati sugli altri paesi
della regione, per poter tenere sotto controllo
l'intera zona, commettendo ogni genere di crimine
impunemente, proprio come fanno le autorità
statunitensi. Per occultare questa situazione, sia
gli Usa che Israele si vittimizzano, inducendo a
credere di avere pericolosi nemici da cui sono
costretti a difendersi. E' meglio per noi capire
prima possibile la pericolosità di queste persone,
e lottare per arginare e indebolire, fino al crollo
definitivo, il loro potere sui popoli.
I
nostri governi sono completamente sottomessi alle
lobby delle armi, e continuano a stanziare denaro
pubblico per investimenti bellici. Favoriscono i
profitti delle banche armate e delle imprese
belliche. Oltre a Finmeccanica, altre imprese, come
Avio, Agusta, Oto Melara, Alenia Aeronautica, ecc.,
hanno raddoppiato e in alcuni casi triplicato i loro
profitti.
Il Ministero della Difesa ha creato il Fondo per le
esigenze di investimento per la difesa, attraverso
cui eroga molto denaro al settore bellico. Sono
stati stanziati, per il biennio 2007/8, oltre 800
milioni di euro per un progetto aerospaziale e per
la costruzione di caccia Eurofighter, in
collaborazione con aziende inglesi, spagnole e
tedesche. Inoltre, il fondo riceve un miliardo di
euro all'anno per ogni missione di guerra
all'estero. Insomma, il nostro governo, che attua
tagli drastici in tutti i settori importanti per la
qualità della vita degli italiani (sanità, scuola,
giustizia, cultura, ecc.), non bada a spese per
quanto riguarda le guerre e la produzione bellica.
Il
nostro paese fornisce armi a molti paesi che non
rispettano i diritti umani. Il governo permette che
siano vendute armi in tutte le aree di guerra, e nei
paesi in cui i popoli sono sottomessi da sistemi
tirannici, come il Kuwait, l'Arabia Saudita, i paesi
del Nord Africa, l'Africa subsahariana, e persino la
vituperata Siria. Quando si tratta di distruttività
e controllo dei popoli, l'oligarchia dominante non
conosce limiti né colori politici. Basti pensare
che anche il governo Berlusconi, che si professava
apertamente "filoamericano", vendeva armi
alla Siria (che era accusata di fornire armi agli
hezbollah).
In tutto il mondo continuano a svolgersi
manifestazioni, cortei, proteste e sollevazioni
contro l'attuale sistema di potere, e i nostri media
non ce ne danno notizia, facendoci credere che
quella di Vicenza sia una protesta isolata.
Quest'anno si sono svolte numerose manifestazioni
per la pace in tutto il mondo. Ad esempio, il 24
febbraio
2007, a
Londra si è svolta una grande manifestazione contro
la guerra in Iraq, che ha visto la partecipazione di
100.000 persone.
Negli
Stati Uniti sono sempre più frequenti le
manifestazioni per la chiusura di Guantanamo e
contro le guerre americane. Spesso le proteste sono
organizzate da persone gravemente danneggiate dal
sistema di potere attuale, come reduci, madri di
soldati uccisi e parenti di persone torturate o
ingiustamente detenute. Ad esempio, Cindy Sheelan,
madre di Casey, un soldato ucciso in Iraq, l'ex
prigioniero inglese Asif Iqbal, rinchiuso per due
anni e mezzo senza alcuna accusa, e Zohra Zewawi,
madre del detenuto britannico Omar Deghayes, a cui
viene negato di vedere il proprio figlio.
In molti paesi, come
la Grecia
, l'Australia, l'Ungheria, gli Stati Uniti e
la Gran Bretagna
, i manifestanti hanno indossato tute arancione
simili a quelle dei detenuti di Guantanamo. Lo
spazio davanti a Downing Street, la residenza del
Primo ministro inglese, è diventato luogo di
presidi di protesta contro la guerra. Gli inglesi
scrivono lettere al governo, in cui chiedono che
cessi la carneficina in Iraq e in Afghanistan, e che
i soldati britannici ritornino a casa. Persino i
bambini si rivolgono alle autorità inglesi
chiedendo ragioni sul loro operato. Un bambino di 10
anni, Anas el-Banna, ha chiesto spiegazioni
sull'incarcerazione di suo padre, Jamil el-Banna, in
carcere da 4 anni senza alcuna accusa. Tony Blair
non ha mai risposto né ad Anas né ad altre vittime
del suo governo.
Anche
in questi ultimi mesi, gli inglesi hanno continuato
le proteste contro la guerra in Iraq, capeggiate da
reduci e da madri di soldati uccisi, come Rose
Gentle, madre di Gordon Gentle, ucciso in Iraq nel
giugno del 2004. La signora Gentle è diventata la
portavoce di un'associazione di madri di soldati
britannici morti in Iraq, che organizzano proteste e
di tanto in tanto si accampano davanti a Downing
Street.
Nel settembre dello scorso anno, si sono svolte in
molti Stati degli Usa manifestazioni di protesta
contro la guerra in Iraq. Alle proteste hanno
partecipato anche veterani di guerra, deputati,
gruppi religiosi e varie organizzazioni a difesa dei
diritti umani. Il governo, come in altre
manifestazioni, ha risposto utilizzando la forza e
arrestando migliaia di persone. Ma ciò non ha
affatto scoraggiato i manifestanti, che continuano a
lottare. Racconta il reverendo Lennox Yearwood,
arrestato per aver protestato contro la guerra:
"Come cittadini e persone di fede, dobbiamo
essere la coscienza del nostro paese".
Il
21 settembre del 2006, 500 gruppi religiosi hanno
firmato una "Dichiarazione di pace",
attraverso cui chiedono il ritiro dei soldati
americani dall'Iraq, la chiusura delle basi militari
e la creazione di una cultura della pace, che lavori
per il benessere dei cittadini e per la
ricostruzione dei paesi distrutti dalla guerra.
Durante le manifestazioni per la pace,
migliaia di attivisti vengono arrestati o pestati.
Persino due Premi Nobel sono stati ammanettati e
arrestati per aver protestato pacificamente davanti
alla Casa Bianca. Si tratta della nordirlandese
Mairead Corrigan Maguire (Premio Nobel per la pace
nel 1976), e dell'americana Jody Williams (Premio
Nobel per la pace nel 1997), arrestate insieme a 35
capi religiosi e al pacifista Daniel Ellsberg,
mentre si trovavano davanti alla Casa Bianca e
cantavano canzoni di pace, mostrando foto di vittime
civili della guerra. Racconta il deputato della
Georgia John Lewis: "Come partecipante del
Movimento dei Diritti Civili, ho affrontato la
violenza con la non violenza. Mi hanno picchiato e
lasciato sanguinante per strada. Mi sono reso conto
che le nostre armi più potenti come nazione non
sono le bombe o i missili. La nostra maggiore difesa
è il potere delle nostre idee, è quello che
crediamo sulla democrazia e il rispetto della dignità
umana".
Altri deputati hanno firmato
la Dichiarazione
di pace, come Danny
Davis, Jan Schakowsky, Earl Blumenauer, Chaka Fattah
e Sam Farr.
L'associazione
United for Peace and Justice ha organizzato
imponenti manifestazioni contro le guerre americane,
a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di
persone, che hanno sfilato tenendo un filo su cui
erano state attaccate le foto dei soldati americani
morti. Se avessero attaccato anche le foto dei morti
iracheni, afghani e somali, il filo sarebbe stato
chilometrico. In una di queste manifestazioni,
gruppi di persone urlavano "Vergogna!
Vergogna!", e un altro gruppo, mascherato da
clown, cantava filastrocche che ironicamente
facevano capire che la politica americana segue gli
interessi dei più ricchi.
Nel gennaio di quest'anno, oltre centomila persone
hanno marciato verso
la Casa Bianca
al grido di "Stop alle uccisioni in Iraq".
Durante quel corteo, emerse una tragica verità:
anche le truppe americane, composte in gran parte da
giovani provenienti dalle famiglie più povere, sono
vittime della macchina propagandistica americana.
Joshua Sparling, un giovane di 25 anni che ha perso
una gamba combattendo in Iraq, chiese il microfono e
disse che i soldati americani vivono una situazione
difficile, e che hanno bisogno di credere di essere
lì per aiutare gli iracheni. Ma continuare a
credere alle menzogne non è certo una soluzione,
considerando che ogni soldato si rende complice dei
crimini, e che se tutti o la maggior parte di essi
si rifiutassero di fare la guerra, essa cesserebbe.
Di sicuro non andrebbero a combattere né i Bush né
gli altri membri dell'élite.
Quest'anno,
alla vigilia del quarto anniversario dell'invasione
all'Iraq, almeno 30/40 mila persone hanno protestato
davanti al Pentagono, gridando
"Incriminate Bush", "Riportate
le truppe a casa", "Niente sangue per il
petrolio", "No alle torture" e
"Sic semper tyrannis". Il governo, per
l'ennesima volta, ha risposto con una pattuglia di
polizia, che ha arrestato centinaia di persone.
Negli Stati Uniti ci sono anche le Donne in Nero,
nate nel 1988, quando
un gruppo di donne Palestinesi e Israeliane,
vestite di nero, iniziarono a praticare una veglia
settimanale contro l’occupazione israeliana della
West Bank e della Striscia di Gaza. Inizialmente, le
Donne in Nero furono perseguitate, aggredite e
insultate con parole come “puttane”, ma hanno
continuato a protestare. Oggi sono sempre più
numerose in diversi paesi del mondo, e lottano
contro tutte le guerre. In California, a Berkeley,
dal 1988, ogni settimana si tiene regolarmente la
veglia delle Donne in Nero di Solidarietà.
Nel
2002 si è formato un altro gruppo di donne,
capeggiato da Medea Benjamin, Diane Wilson, Jodie
Evans e Gael Murphy. Il gruppo è stato chiamato
Codepink, contrapponendo con ironia il colore rosa
al terrore criminale delle autorità americane. Le
donne del Codepink organizzano spettacoli teatrali
in strada, con slogan e battute satiriche. Il loro
slogan principale è "Le donne di Codepink
dicono: Ritiro Immediato". Lo scorso anno
organizzarono un digiuno contro la guerra in Iraq.
In quell'occasione, Diane Wilson dichiarò:
"Mentre Bush dichiara che il suo dio gli ha
detto di fare la guerra, il mio dio mi dice che
dovremmo fare tutto il possibile per fermarla, per
proteggere sorelle e fratelli in pericolo... Se
permettiamo a questa guerra di continuare,
l’invasione di un altro paese sarà solo questione
di tempo: l’Iran, o magari il Venezuela. Non
possiamo rimanere sdraiati come tappetini e
permettere che il nostro governo ci calpesti. Lo sai
anche tu, no, che tutto quello che serve al male per
trionfare è che gli onesti non facciano nulla.
Dobbiamo fare qualcosa per arrestare il male...
Abbiamo sfilato, fatto campagne di pressione, siamo
state arrestate. Io ho appena finito di scontare tre
mesi di prigione per aver srotolato uno striscione:
120 giorni e 2.000 dollari di multa. Abbiamo fatto
una veglia davanti alla Casa Bianca che è durata
quattro mesi. Ma questo non ha fermato la guerra,
perciò dobbiamo andare avanti... Io dico sempre: le
donne ragionevoli si adattano al mondo, le donne
irragionevoli adattano il mondo a se stesse. E’
ben venuta l’ora di essere
"irragionevoli".
I
popoli di tutto il mondo sanno che le guerre
americane di aggressione sono crimini gravissimi
contro le popolazioni. La prima guerra del Golfo fu
sostenuta da 34 paesi, mentre l'attuale occupazione
dell'Iraq è sostenuta soltanto da tre paesi (Regno
Unito, Australia, Stati Uniti), in cui la
maggioranza della popolazione è contraria alla
guerra.
Gli europei sono molto insofferenti allo strapotere
degli Usa, ma ancora di più lo sono altre culture,
come le asiatiche e la musulmana, che subiscono il
dominio di una potenza estranea alla loro cultura,
che vuole distruggere i loro valori culturali,
imponendo un sistema basato sull'egoismo e sul
materialismo consumistico. Molti popoli sono
oppressi e costretti a vivere in miseria proprio per
impedire loro una lotta efficace contro i crimini
anglo-americani, ma essi continuano a ribellarsi,
nonostante le conseguenze che sono costretti a
subire.
In
Giappone, come nelle Filippine, in Kuwait, in Arabia
Saudita, in Ecuador e in molti altri luoghi, la
lotta al crimine e alla guerra è sempre più forte.
In Ecuador è nato il movimento "No-basi",
coordinato da Lina Cahuasquí, che organizza
manifestazioni e cortei contro la militarizzazione
americana nel Sud America. A Quito (capitale
dell’Ecuador) c'è la più grande base americana
del Sud America, e in America Latina e nei Caraibi
ci sono almeno 17 basi militari Usa. In tutti questi
paesi esistono movimenti che lottano per la chiusura
delle basi, che spesso collaborano fra loro, come
spiega l'attivista ecuadoriano Corazón Fabros
Valdez: "Abbiamo capito l’importanza della
solidarietà internazionale dopo i successi ottenuti
nella lotta contro le basi militari Usa nelle
Filippine... Le Filippine hanno avuto basi militari
Usa per oltre 100 anni, che sono state usate contro
il Vietnam e altre nazioni. Tra gli effetti
peggiori, abbiamo assistito a violazioni dei diritti
umani e della democrazia".
Le lotte sono servite a convincere il presidente
dell’Ecuador, Rafael Correa, ad annunciare che non
rinnoverà il permesso per mantenere la base Usa di
Manta, e a rifiutare l'installazione di una nuova
base militare sull’isola di Baltra (Galapagos).
Il ricercatore di Focus on the Global South, Herbert
Docena, ritiene che
la Rete No-Basi
andrebbe internazionalizzata:
Oltre
alla dichiarazione politica, vogliamo
istituzionalizzare
la Rete No-Basi
in tutto il mondo, e renderla più dinamica, per
poter intraprendere progetti a medio e lungo
termine. Gli Stati Uniti hanno sostenuto Ferdinando
Marcos (1965-1986) con cifre di denaro esorbitanti,
in cambio del suo consenso per mantenere le basi Usa
nelle Filippine... È stato solo dopo la chiusura
delle basi, nel 1992, che abbiamo capito quanto
inquinamento avevano prodotto.
Anche
i militanti di Porto Rico hanno ottenuto la chiusura
della base di Vieques, che da 60 anni controllava il
territorio. Argentina e Brasile hanno smesso di
prendere parte alle manovre navali insieme alla
marina statunitense. Occorre prendere ad esempio
questi paesi, e continuare a protestare contro la
militarizzazione.
Noi italiani abbiamo molto di cui protestare, anzi
moltissimo. Che dire del potere mafioso che ci
attanaglia? Che dire dei politici mafiosi che
vengono riproposti come candidati? Come molti sanno,
ma pochi dicono, la mafia è l'altra faccia del
dominio anglo-americano sull'Italia. E oggi è più
forte che mai. I giovani meridionali che gridano
"la mafia fa schifo" rappresentano il
volto pulito del futuro dell'Italia. Un futuro
possibile se i giovani si renderanno conto che oltre
a protestare occorre cambiare la propria mentalità
e mettersi nell'ordine delle idee di dover rifiutare
l'attuale sistema politico e di non scendere a
compromessi con chi si spaccia per
"democratico" ma sostiene la legge del più
forte e la mentalità mafiosa.
Noi
italiani abbiamo il dovere di sostenere la lotta del
"No dal Molin", così come la lotta
"No tav", perché non si tratta di gruppi
sparuti di estremisti "antiamericani" o
"antiprogresso", come vorrebbero farci
credere, ma di persone coraggiose che stanno
lottando per i diritti che una vera democrazia
dovrebbe garantire e difendere: per la salute, per
la pace e per un mondo senza crimini. I cittadini di
Vicenza hanno il merito di aver esteso la protesta
al vasto problema della criminalità e del
terrorismo statunitense, e di rifiutare la
militarizzazione non soltanto sul loro territorio,
ma dovunque essa avvenga.
E' tempo di svegliarci, e di capire che il sistema
criminale attuale non può imperare perennemente, e
la vera liberazione dei popoli può avvenire e deve
avvenire.
Occorre
diventare coscienti che il gruppo dominante sta
utilizzando un enorme potere mediatico per
passivizzarci. Così come indirizzano i nostri
acquisti e ci inducono a fare scelte politiche per
sentirci "liberi", ci condizionano affinché
diveniamo complici dei loro crimini.
L'oligarchia criminale utilizza anche l'allarme
"terrorismo", che genera paura e ci
paralizza, inducendoci a cercare protezione. Oppure
stimola gli aspetti superficiali dell'esistenza,
spingendoci a perdere il senso della crescita
interiore. Veniamo passivizzati anche attraverso
l'associazione mediatica fra protesta ed eversività,
sovversione e terrorismo. Ci viene fatto credere che
per il "quieto vivere" dobbiamo accettare
crimini e guerre.
Ma
la loro arma più efficace è la disinformazione:
milioni di persone non sanno cosa davvero fanno gli
statunitensi in molti paesi. Non sanno che
utilizzano armi chimiche contro la popolazione
inerme, che torturano gli uomini davanti a donne e
bambini, che imprigionano le donne per
violentarle ogni giorno o che uccidono
famiglie intere senza scrupoli. Molti non sanno che
il rispetto per i diritti umani è diventato una
chimera anche in paesi come
la Gran Bretagna
e gli Stati Uniti, in cui numerosi dissidenti
spariscono nel nulla. Molti italiani credono che il
telegiornale li informi, mentre ormai quasi tutti i
canali mediatici servono a coprire la verità sulla
realtà attuale.
Tuttavia, la disinformazione talvolta non è totale,
e di tanto in tanto possono emergere contenuti che
sfuggono al controllo dell'élite, com'è accaduto
con le foto delle torture nel carcere di Abu Ghraib.
Ad ogni modo, le nostre responsabilità non vengono
attenuate dalla disinformazione o dalla
mistificazione dei fatti da parte delle nostre
autorità.
Mettiamoci
nei panni dei popoli aggrediti: essi sanno che noi
abbiamo visto le foto delle torture avvenute nel
carcere iracheno di Abu Ghraib, sanno che noi
sappiamo che le guerre permettono agli Usa di
saccheggiare il loro petrolio, sanno che sul nostro
territorio ci sono le basi da cui partono i soldati
e le armi che serviranno ad uccidere o a mutilare
migliaia di bambini inermi. Secondo Diane Wilson, in
Iraq oggi la popolazione soffre perché noi non
stiamo facendo abbastanza per mostrare il nostro
rifiuto ai crimini e alle guerre americane:
Le
persone (in Iraq) erano così amichevoli e gentili
con noi, sebbene il nostro paese stesse minacciando
il loro. Abbiamo girato per Baghdad giorno e notte,
e quando mi perdevo c’era sempre qualcuno, un
bambino o un adulto, che mi rimetteva sulla strada
giusta. Non riesco ad immaginare come sia la vita
quotidiana per gli iracheni, oggi, con tutte le
morti e la violenza che li circondano. Mi spezza il
cuore pensare che i bimbi che ho incontrato sono
morti o stanno morendo. (Oggi gli iracheni) Non
vedono gli statunitensi contrastare questa guerra
basata sulle menzogne, così la distinzione fra il
governo e il popolo si è dissolta. Non abbiamo
mostrato di essere davvero contro la guerra, e
sarebbe ora di farlo. I loro corpi sono sulla linea
di fuoco ogni giorno, così come quelli dei
soldati... Dovremmo essere determinati nel costruire
pace, così come altri sono determinati nel fare
guerre.
E'
tempo di amare la pace non soltanto a parole, ma
sostenendo tutti coloro che stanno facendo qualcosa
di concreto contro il militarismo e le guerre, come
i cittadini di Vicenza. Occorre indignarsi di fronte
all'assenza quasi totale nei media ufficiali delle
iniziative e delle lotte dei popoli contro la guerra
e i crimini dell'élite dominante. Ci vogliono far
credere che i popoli del mondo stiano accettando
l'attuale assetto, oppure ci vogliono tenere
isolati, in modo da indebolire le nostre lotte.
Dobbiamo alimentare le nostre risorse interiori, per
avere dentro di noi, prima che all'esterno, un mondo
realmente libero e pacifico, privo di gruppi
criminali che tiranneggiano o massacrano i popoli.
Dobbiamo raggiungere quest'obiettivo dapprima a
livello individuale, poi a livello nazionale, e
infine porci in armonia con tutti gli altri popoli
del mondo. Sarà questo il nostro futuro, se lo
sceglieremo.
Antonella
Randazzo ha scritto Roma
Predona. Il colonialismo italiano in Africa,
1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006);
La Nuova
Democrazia.
Illusioni di
civiltà nell'era dell'egemonia Usa (Zambon
Editore 2007), “DITTATURE:
LA STORIA
OCCULTA
” (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
Se vuoi lasciare un commento agli articoli o ai
libri di Antonella Randazzo vai a
http://antonellarandazzo.blogspot.com/
Note:
www.disinformazione.it
|