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Checco Zalone: Devi Scordarti di Me
3a Puntata Di Zelig 13-10-2008 Checco Zalone
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Il mostro di Firenze: quella piovra insinuata ai vertici dello stato.
Una strage di stato mai chiamata come tale
Prof. Paolo Franceschetti - 17 dicembre 2007 - http://paolofranceschetti.blogspot.com/ 

Premessa.
Ho deciso di scrivere questo articolo dopo la vicenda del perito nella vicenda Moby Prince, sfuggito per miracolo alla morte; qualche giorno fa l’uomo, dopo essere stato narcotizzato da 4 persone incappucciate ed è stato poi messo in un auto a cui hanno dato fuoco. Si è salvato per un pelo, essendosi risvegliato in tempo dal narcotico. L’incidente è identico a molti altri capitati a testimoni di processi importanti della storia d’Italia. Non tutti però sanno che gli stessi identici incidenti sono capitati a molti dei testimoni nella vicenda del mostro di Firenze.
Nella vicenda del mostro di Firenze è stato scritto tanto. E i dubbi sono tanti. Pacciani era davvero colpevole? C’erano veramente dei mandanti che commissionavano gli omicidi? Pochi si sono occupati invece di un aspetto particolare di questa vicenda: i depistaggi, le coperture eccellenti, le morti sospette

La vicenda del mostro, in effetti, per anni è stata considerata come un giallo in cui occorreva trovare il serial killer. In realtà la vicenda può essere guardata da una prospettiva assolutamente diversa, cioè quella tipica di tutte le stragi di stato italiane: l’ostinato occultamento delle prove affinché non si giunga alla verità, grazie al coinvolgimento della massoneria e dei servizi segreti; l’inefficienza degli apparati statali nel reprimere queste situazioni; l’impreparazione culturale quando si tratta di affrontare questioni che esulano da un nomale omicidio o rapina in banca e si toccano temi esoterici.
Ripercorriamo quindi le tappe della vicenda per poi trarre le nostre conclusioni. Con la dovuta avvertenza che il nostro articolo non è volto a individuare nuove piste; non vogliamo discutere se Pacciani fosse o no colpevole, se il mostro fosse uno solo o fosse un gruppo organizzato, se dietro ai delitti del mostro ci sia la Rosa Rossa , come si è ipotizzato, o altre sette sataniche. Vogliamo analizzare la cosa dal punto di vista prettamente giuridico, evidenziando alcuni dati che nessuno finora ha abbastanza trattato.

Il processo Pacciani.
Dal 1968 al 1985 vengono uccise otto coppie di giovani nelle campagne di Firenze. In 4 di questi duplici omicidi vengono prelevate delle parti di cadavere, seni e pube in particolare. Ricordiamoci questo particolare del pube, perché lo riprenderemo in seguito.
La vera e propria caccia al mostro comincia dopo il terzo omicidio, quando si capisce che dietro ad essi c’è la stessa mano.
Dopo errori giudiziari, e vicende varie, si arriva all’incriminazione di  Pietro Pacciani nel 1994.

Appare chiaro che Pacciani è colpevole, o perlomeno che è gravemente coinvolto in questi omicidi. Gli indizi infatti sono gravi, precisi e concordanti: in particolare lo inchiodano il ritrovamento di un bossolo di pistola nel suo giardino, inequivocabilmente proveniente dalla pistola del mostro (una Beretta calibro 22); l’asta guidamolla della pistola del Mostro, inviata agli investigatori avvolta in un pezzo di panno identico a quello poi trovato in casa Pacciani; e soprattutto un portasapone e un blocco da disegno, di marca tedesca, che verrà riconosciuto come appartenente alla coppia tedesca uccisa dal mostro. C’era poi un biglietto trovato in casa sua, con scritto “coppia” e un numero di targa corrispondente a quello di una coppia uccisa. Le intercettazioni telefoniche ed ambientali poi fecero il resto, mostrando che Pacciani mentiva, celando agli investigatori diverse cose importanti.

Eppure il processo fa acqua da tutte le parti. Tante cose, troppe, non quadrano in quel processo. Non quadra il movente, perché Pacciani – benché violento e benché in passato avesse già ucciso, per giunta con modalità che a tratti ricordano quelle di alcuni delitti - non sembra il ritratto del serial killer. Non quadrano alcuni particolari (ad esempio le perizie stabiliranno che l’uomo che ha sparato doveva essere alto almeno un metro e ottanta, mentre Pacciani è alto molto meno. Inoltre durante il processo alcuni dei suoi amici mentono palesemente per coprirlo, sembrando quasi colludere con lui. Perché mentono?
In primo grado Pacciani verrà condannato. In secondo grado verrà assolto.
L’impianto accusatorio, in effetti, era abbastanza fragile. Però proprio il giorno prima della sentenza di secondo grado, la procura di Firenze riesce a trovare nuovi testimoni (quattro) che inchiodano Pacciani e soprattutto riescono a spiegare il motivo di alcune incongruenze. Due di questi testimoni infatti sono infatti complici di Pacciani e, autoaccusandosi, svelano che in realtà quei delitti erano commessi in gruppo.
Ma la Corte di appello di Firenze decide di non sentire questi testimoni, e assolve Pacciani. La sentenza verrà annullata dalla Cassazione, ma nel frattempo Pacciani muore in circostanze poco chiare. Apparentemente muore di infarto, ma Giuttari, il commissario che segue le indagini per la procura di Firenze, sospetta un omicidio.

Il caso Narducci.
Nel 2002 l’indagine sul mostro si riapre, ma a Perugia. Per capire come e perché si riapre però dobbiamo fare un passo indietro.
Il 13 ottobre del 1985 viene trovato nel lago Trasimeno il corpo di un giovane medico perugino, Francesco Narducci. Il caso viene archiviato come un suicidio, anche se la moglie non crede a questa versione dei fatti. E sono in molti a non crederlo. Anzi, da subito alcuni giornali ipotizzano un coinvolgimento del Narducci nei fatti di Firenze.
Nel 2002 la procura di Perugia, intercettando per caso alcune telefonate, sospetta che il medico Perugino sia stato assassinato e fa riesumare il cadavere.

Il cadavere riesumato ha abiti diversi rispetto a quelli indossati dal cadavere nel 1985. Altri, numerosi e gravi indizi, nonché le testimonianze della gente che quel giorno era presente al ritrovamento, portano a ritenere che il cadavere ripescato allora non fosse quello di Narducci, e che solo in un secondo tempo sia stata riposta la salma del vero Narducci al posto giusto. Indagando sul caso, il PM di Perugia, Mignini, scopre che il giorno del ritrovamento le procedure per la tumulazione furono irregolari; che quel giorno sul molo convogliarono diverse autorità, tutte iscritte alla massoneria, come del resto era iscritto alla massoneria il padre del medico morto e il medico stesso. E si scopre che il Narducci era probabilmente coinvolto negli omicidi del mostro di Firenze. Anzi, forse era proprio lui che, in alcune occasioni, asportò le parti di cadavere.

Le indagini portano ad ipotizzare una pluralità di mandanti coinvolti negli omicidi del mostro, che commissionavano questi omicidi per poi utilizzare le parti di cadavere per alcuni riti satanici.
In particolare, il Lotti confessa che questi omicidi venivano pagati da un medico. E con un accertamento sulle finanza di Pacciani verranno trovati capitali per centinaia di milioni, di provenienza assolutamente inspiegabile.
Vengono mandati 4 avvisi di garanzia a 4 persone, tra cui il farmacista di San Casciano Calamandrei, un medico e un avvocato, che sarebbero i mandanti dei delitti del mostro di Firenze.

Mentre per occultamento di cadavere, sviamento di indagini e altri reati minori (che inevitabilmente andranno in prescrizione) vengono rinviate a giudizio il padre di Ugo Narducci, e i fratelli di Francesco; il questore di Perugia Francesco Trio, il colonnello dei carabinieri Di Carlo, l’ispettore Napoleoni, l’avvocato Fabio Dean e molti altri, quasi tutti iscritti alla stessa loggia massonica, la Bellucci di Perugia, e alcuni di essi, compreso il padre di Narducci, collegati addirittura alla P2. Appartengono alla P2 Narducci, il questore Trio, mentre l’avvocato Fabio Dean è il figlio dell’avvocato Dean, uno dei legali di Gelli.

Depistaggi e coperture eccellenti.
In questa vicenda sono presenti ancora una volta i servizi segreti e i loro depistaggi, nonché tutte le mosse tipiche che vengono attuate quando occorre depistare.
In pratica l’indagine conosce una prima fase, che arriva fino al processo di appello di Pacciani, in cui essa scorre senza problematiche particolari, tranne ovviamente quella tipica di ogni indagine, e cioè l’individuazione dei colpevoli.
Ma appena si apre la pista dei mandanti si scatena un vero inferno.

Anzitutto lo screditamento degli inquirenti, che vengono derisi, sminuiti; vengono continuamente sottolineati gli errori fatti da costoro (come se fosse semplice condurre un indagine del genere senza commetterne); la procura fiorentina viene spesso presentata dai giornali come una procura che vuole a tutti i costi incastrare degli innocenti; Giuttari viene presentato come uno che vuole farsi pubblicità; un pazzo che crede alla folle pista satanista; quando il commissario è vicino alla verità lo si isola, oppure si cerca di trasferirlo con una meritata promozione (che però metterebbe in crisi tutta l’inchiesta).
Più volte giornali e televisioni annunceranno scoop fantastici tesi a demolire il lavoro di anni della procura di Firenze, e di Perugia.
Alcuni giornalisti che ipotizzano il collegamento massoneria – delitti del mostro – sette sataniche vengono querelati anche se le querele verranno poi ritirate.

Vengono fatte indagini parallele e non ufficiali di cui non vengono informati gli inquirenti. Il PM Mignini scopre che dopo l’ultimo delitto del mostro la polizia di Perugia aveva indagato su Narducci e sul mostro, e ciò risulta dai prospetti di lavoro, datati 10 settembre 1985. Ma di queste indagini non viene avvisata la procura di Firenze.
Ma in compenso anche i carabinieri, per non essere da meno, fanno le loro indagini parallele di cui non informano gli inquirenti.
Alcuni carabinieri confidano che anni prima avevano fatto un’irruzione nell’appartamento fiorentino del Narducci per trovare le parti di cadavere che il Narduci teneva nell’appartamento, ma che erano stati “preceduti”. Anche di questi fatti la procura di Firenze non viene informata. Queste indagini parallele erano coordinate a Perugia dall’ispettore Napoleoni, che pare agisse addirittura all’insaputa del suo diretto superiore Speroni (così scrive Licciardi nel suo libro)

Su Narducci c’era un fascicolo da tempo, ma il fascicolo venne smarrito, e ritrovato dopo anni privo di varie parti.
Così come scomparvero misteriosamente molti reperti che erano stato acquisiti durante le indagini, come la famosa pietra a forma di piramide trovata sulla scena di uno dei delitti.
Non manca poi – stando alla ricostruzione di Giuttari  nel suo libro - anche il procuratore capo di Firenze, Nannucci (che è sempre stato contrario all’indagine sui mandanti) che avvisa un indagato, il giornalista Mario Spezi, dell’imminente indagine; questo fatto verrà segnalato alla procura di Genova che però archivierà la posizione del procuratore.
Infine, ci sono gli immancabili depistaggi dei servizi segreti deviati. Il Sisde aveva già dai tempi del terzo delitto preparato un dossier che ipotizzava che non fosse coinvolto un solo serial Killer, ma i componenti di una setta satanica che agivano in gruppo, e ciò appariva evidente da alcuni particolari della scena del delitto. Ma questo dossier – che porta la data del 1980 - non viene mai consegnato agli inquirenti di Firenze.

Il dossier era firmato da Francesco Bruno, consulente del Sisde.
In totale, sono tre gli studi commissionati dal Sisde che si persero misteriosamente per strada e non arrivarono mai sulle scrivanie degli inquirenti fiorentini. Guarda caso proprio quei dossier che ricostruivano la pista dei mandanti plurimi e delle messe nere.
Ma qualche anno dopo Francesco Bruno, intervistato, sosterrà che a suo parere il serial Killer è un mostro isolato, ancora in libertà.

Morti sospette.
Ci sono poi le solite morti sospette tipiche di tutte le grosse vicende giudiziarie italiane. Una vera strage, in realtà. O meglio, una strage nella strage. La prima morte sospetta è quella del medico Perugino trovato morto nel lago Trasimeno. Poi la morte di Pacciani per la quale la procura di Firenze apre un fascicolo per omicidio.
E poi la solita mattanza di testimoni.
Elisabetta Ciabiani, una ragazza di venti anni che aveva lavorato nell’albergo dove Narducci e la sua loggia massonica si riunivano e che aveva rivelato al suo psicologo, Maurizio Antonello (fondatore dell’Associazione per la ricerca e l’informazione delle sette) il nome di alcuni mandanti del mostro e aveva rivelato il coinvolgimento della Rosa Rossa nei delitti: Elisabetta verrà trovata uccisa a colpi di coltello, compresa una coltellata al pube, ma il caso venne archiviato come suicidio. Mentre lo psicologo Maurizio Antonello verrà trovato “suicidato”, impiccato al parapetto della sua casa di campagna.

Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, l’amante di Pacciani, che viene trovato impiccato, ma con i piedi che toccano per terra; uno degli innumerevoli casi di suicidi in ginocchio, che non fanno certo l’onore delle nostre forze di polizia subito pronte ad archiviare il caso come suicidio nonostante l’evidenza dei fatti.
Francesco Vinci e Angelo Vargiu, sospettati di essere tra i compagni di merende di Pacciani (il primo è anche amante di Milva Malatesta) trovati morti carbonizzati nell’auto.
Anna Milva Mattei, anche lei bruciata in auto.
Claudio Pitocchi, morto per un incidente di moto, che sbanda ed esce di strada all’improvviso, senza cause apparenti. Anche questa è una modalità che troviamo in tutte le vicende italiane in cui sono coinvolti servizi segreti e massoneria: Ustica, soprattutto, e poi nel caso Clementina Forleo, di cui ci siamo già occupati.

Milva Malatesta e il suo figlio Mirko, anche loro trovati carbonizzati nell’auto; una fine curiosamente simile a quella che volevano far fare al perito del Moby Prince poche settimane fa. La stessa tecnica. Così come la tecnica dei suicidi in ginocchio è identica a quella dei morti di Ustica e di tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia. Tecniche identiche, che fanno ipotizzare una firma unica: quella dei servizi segreti deviati.

Rolf Reineke, che aveva visto una delle coppiette uccise poche ore prima della loro morte, che muore di infarto nel 1983.
Domenico, un fruttivendolo di Prato che scompare nel nulla nell’agosto del 1994 e venne considerato un caso di lupara bianca.
Il proprietario di Villa Verde, o Villa Poggio ai Grilli, dove secondo Giuttari, e stando ai racconti di Pacciani, si tenevano le messe nere, che muore di infarto. Secondo la moglie è morto di infarto per il trauma delle perquisizioni illegittime e immotivate degli inquirenti.
E poi ce ne sono tanti altri. C’è il caso di tre prostitute, una suicidatasi, e due accoltellate, che avevano avuto rapporti a vario titolo con i compagni di merende, e chissà quanti alltri di cui si non si saprà mai nulla.

Un discorso a parte va fatto per Luciano Petrini. Consulente informatico, nel 1996 avvicinò una persona (anche lei testimone al processo) Gabriella Pasquali Carlizzi, dandogli alcune informazioni sul mostro e mostrando di sapere molto su questa vicenda; ma il 9 maggio fu ucciso nel suo bagno, colpito ripetutamente con un porta asciugamani a cui tolsero la guarnizione per renderla più tagliente. Nella casa non compaiono segni di scasso o effrazione. Conclusioni: omicidio gay. Nessuno prende in considerazione altre piste. Nessuno prende in considerazione – soprattutto - l’ipotesi più evidente: Petrini aveva svolto consulenza nel caso Ustica, sul suicidio del colonnello dell’aereonautica Mario Ferraro, quel Mario Ferraro che venne trovato impiccato al portasciugamani del bagno. Ma il fatto che sia stato ucciso – guarda caso – proprio con un portasciugamani, non induce a sospettare di nulla. Omicidio gay!!!.

Conclusioni
La verità sul mostro di Firenze non si saprà mai. Non si sapranno mai i nomi dei mandanti, perlomeno non di tutti.
In realtà, in questa vicenda molte cose sono chiare, molto più chiare di quanto non sembri a prima vista. Leggendo attentamente i fatti e i documenti è possibile farsi un’idea della vicenda, e delle motivazioni che spingono alcune delle persone coinvolte. Ma non è mio intendimento fare ipotesi, smontare tesi o costruirle. Non mi interessa poi così tanto capire se Pacciani era il vero mostro o fu solo incastrato. Se Narducci era il mostro, o se erano altri. Se Pietro Toni, il procuratore che chiese l’assoluzione di Pacciani e definì“aria fritta” l’ipotesi dei mandanti sia in mala fede oppure se gli sia sfuggito un “leggerissimo” particolare: che una simile mattanza di testimoni e di occultamenti presuppone un’organizzazione dietro tutto questo. E che a fronte dei depistaggi, delle sparizioni di fascicoli, dei tentativi di insabbiamento, l’ipotesi del mandante isolato diventa fantascientifica, perché in tal caso si impone di presupporre che tutti gli investigatori che si sono occupati delle vicende del mostro siano impazziti o si siano messi d’accordo per fregare Pacciani e gli altri e che tutti i testimoni siano morti per delle coincidenze.

Atteniamoci quindi ad un dato di fatto.
Quando in un indagine importante compare il binomio massoneria – servizi segreti, questo binomio indica che sono coinvolti dei mandanti eccellenti, al di là di ogni immaginazione. Ancora una volta la massoneria deviata riesce a mostrare tutta la sua forza, riuscendo a tacitare ogni tipo di delitti, purché siano coinvolte persone a loro legate. Non solo colpi di stato, stragi e altro, ma addirittura delitti come quelli del Mostro di Firenze. Il che porta a concludere che anche i morti legati alla vicenda Mostro di Firenze, che non sono solo le sedici vittime ufficiali, ma anche tutte le altre (i testimoni soppressi brutalmente e gli omicidi non individuati ufficialmente) possono essere considerati una strage di stato. L’ennesima strage compiuta con la connivenza di pezzi dello stato, resa possibile sia dalle complicità ad alto livello, sia dall’ignoranza degli organi investigativi, dalla loro impreparazione riguardo al modus operandi e alla struttura delle logge massoniche deviate e in particolare delle sette sataniche.

Ancora una volta viene in evidenza poi la totale inutilità delle norme giuridiche e processuali. Finché un PM che avvisa un indagato commetterà un reato minimo; finché l’occultamento di prove o di un fascicolo agli inquirenti, subirà un pena minima, destinata tra l’altro ad andare in prescrizione; finché l’operato dei servizi segreti rimarrà sempre impunito in nome del cosiddetto segreto di stato; finché il tempo massimo per le indagini preliminari, anche in reati così complessi, continueranno ad essere due anni; finché avremo questo sistema, insomma, la macchina giudiziaria sarà sempre paralizzata nel perseguimento di questo tipo di delitti, cioè i delitti che vedono coinvolti, a vario titolo, i colletti bianchi nel coprirsi a vicenda i reati da ciascuno di loro commessi.

Finisco questo articolo riportando le parole di un mio amico di infanzia, ufficiale dei carabinieri di un paese della Toscana. Mi ha detto: “Certo Paolo che dietro ai delitti del mostro di Firenze ci sono alcune sette sataniche legate a logge deviate della massoneria. I fatti di Perugia parlano chiaro. Noi spesso sappiamo chi sono e cosa fanno certi personaggi. Ma abbiamo l’ordine di non indagare. Vedi… Un tempo, se toccavi il tasto mafia – politica e indagavi su questo filone, o scrivevi un pezzo di giornale, morivi. Oggi la politica ha capito che è inutile uccidere per questo, perché i magistrati si possono trasferire, i reati vanno in prescrizione… insomma ci sono altri mezzi per insabbiare un’inchiesta. Ma il tasto delle sette sataniche, e dei coinvolgimenti eccellenti in queste sette, non si può toccare, altrimenti si muore. Pensa che ogni anno, in Italia, spariscono migliaia di bambini. Oltre ai dati ufficiali della polizia di stato, ce ne sono molti altri, Rom, immigrati clandestini, ecc. che non compaiono nelle statistiche. E questi bambini finiscono nel circuito delle sette sataniche, che sono collegate spesso al circuito dei sadici e pedofili, che pagano cifre astronomiche per video ove i bambini muoiono veramente”. E mi ha anche detto i nomi di alcune persone coinvolte, tra l’altro chiaramente ricavabili dal fatto di essere proprietarie dei luoghi in cui si svolgevano questi riti.

Questo mio amico non sapeva, all’epoca, che ero coinvolto anche io in vicende che riguardavano la massoneria deviata e raccontò queste cose con tranquillità, davanti alla mia fidanzata dell’epoca, mentre eravamo seduti in un bar. Tempo dopo, quando lo venne a sapere, e gli feci delle domande, negò di avermi mai dato quelle informazioni.
Ma, lo ripeto, quello che importa non sono i nomi. Non è se Tizio o Caio sia coinvolto, e in che cosa sia coinvolto. Anche perché il singolo nome talvolta può essere il frutto di un errore, di un tentativo di screditare qualcuno. E francamente a me non è questo che fa paura.
Ciò che fa paura è la vastità delle connivenze; il fatto che per delitti di questa gravità ed efferatezza ci possano essere coperture eccellenti e che la macchina della giustizia sia paralizzata. Il fatto che gli organi investigativi siano impreparati quando si affrontano vicende che sfiorano l’esoterismo e i servizi segreti deviati.

Eppure la vicenda del Mostro di Firenze dovrebbe interessare tutti, non solo gli amanti dei gialli, dell’horror e dell’esoterismo. 18 vittime ufficiali che potevano essere nostri amici, nostri partner, o potevamo essere noi; decine di vittime nella mattanza dei testimoni e delle persone coinvolte; centinaia di famiglie inconsapevoli coinvolte nella vicenda, che escono distrutte, alcune perché vittime del mostro, altre perché sospettate di essere familiari di un mostro. Il vero mostro in questa vicenda, non è solo chi ha ucciso ma anche tutte le persone che hanno coperto la verità, che in virtù dei loro legami con la massoneria deviata o con pezzi deviati dello stato hanno coperto, colluso, e taciuto. Il vero mostro è la massoneria deviata, che come una piovra si è insinuata in tutti i punti vitali dello stato. Il mostro di Firenze è solo uno dei suoi tentacoli.

Bibliografia
Se molti in questi anni hanno cercato di nascondere la verità, è anche vero che, come dice un detto famoso, la verità non si può nascondere per sempre. Per chi vuole cercarla e capire segnaliamo due testi.

Michele Giuttari, Il mostro anatomia di un indagine, BUR.
Una cosa che mi colpisce leggendo il libro di Giuttari è che quando parla dei depistaggi e degli occultamenti vari non nomina mai la massoneria. Parla di un “partito avverso”. Anche se, leggendo, non è difficile intuire cosa sia questo partito avverso, non si capisce se la cosa sia voluta o casuale.
Questi legami vengono descritti meglio nel libro:
Luca Cardinalini, Pietro Licciardi, La strana morte del dottor Narducci, ed. Deriveapprodi.
E’ Licciardi che definisce il Mostro di Firenze “una piovra che si insinua nello stato”.

www.disinformazione.it

 

Un Sindona senza silenziatore
di Alberto Mazzucca -  «Domenica» de «Il Sole 24 Ore» 30/09/1984

Dieci anni di fatti e misfatti sono già sufficienti per dare un giudizio sulla vicenda del finanziere siciliano e sull' intreccio di complicità che lo sostennero.
Capelli bianchi, calvizie accentuata, occhi affossati e arrossati dalla stanchezza, volto pallido e emaciato, fisico rinsecchito. L'immagine di un vecchio. I cronisti raccontano che Michele Sindona abbia sorriso quando, martedì 25 settembre, è apparso in cima alla scaletta dell'aereo che da New York l'aveva portato in Italia. Ha sorriso quando è sbarcato a Milano (ore 12.18) e ha sorriso quando nel pomeriggio (ore 17.05) è arrivato a Roma. E dal momento che indossava solamente un paio di pantaloni e una camiciola marroncina a righe con tanto di penna che sbucava dal taschino, Sindona ha mormorato quel che era giusto mormorasse: «Accidenti che freddo!». Più tardi, in carcere, gli hanno dato non uno ma due maglioni. Sindona è così tornato in manette in Italia dieci anni dopo esserne fuggito in maniera piuttosto frettolosa. Era il 27 settembre del '74 quando fu deciso il ricorso alla liquidazione coatta amministrativa della Banca Privata Italiana, una banca nata morta neppure due mesi prima, all'inizio di agosto, dalla fusione tra la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria. Ed era nata morta perché, nonostante un prestito di 100 milioni di dollari effettuato dal Banco di Roma, Sindona era già con l'acqua alla gola. Il crack sarà di 268 miliardi di lire, lire del '74, anche se poi sembreranno poca cosa rispetto ai mille e passa miliardi di lire '82 del crack Ambrosiano.

Appena Sindona ha messo piede in Italia, un po’ tutti quanti hanno sentito il dovere di dire la loro: c’è chi lo vuole sentire alla commissione antimafia, chi vorrebbe conoscere i nomi della famosa lista dei 500 esportatori di valuta, chi vorrebbe vederci più chiaro in alcune operazioni un tantino oscure. Insomma, tutti hanno da chiedere qualcosa, anche se il vero problema non sta nell’elenco delle domande che Tizio e Sempronio possono rivolgere a Sindona ma nelle risposte che Sindona è disposto a fornire. Fino a che punto, cioè, Sindona ha intenzione di parlare? Un interrogativo che non deve creare eccessive illusioni. E per due buone ragioni.
Il primo motivo è questo: cosa può ancora raccontare quest’uomo, soprattutto oggi che non ha neppure più il potere ricattatorio che aveva una volta, quando ormai sono già noti gli aspetti più importanti dell’intera vicenda, quelli che in definitiva contano? Sappiamo per esempio che sono stati dati 2 miliardi alla Dc e che gli atteggiamenti della Dc sono stati influenzati da quel finanziamento. Sappiamo, altro esempio, che nella lista dei 500 c’erano nomi di ministri e di alti personaggi del Vaticano e che si è agito proprio per rimborsare prima questi di tutti gli altri. Sappiamo ancora che a livello di Governo, addirittura di presidenza del consiglio, è stato fatto il possibile e l’impossibile per cercare di salvare Sindona. Sappiamo ancora, e se ne è avuta poi conferma col crack dell’Ambrosiano, del legame che ha unito la finanza degenere del Vaticano con avventurieri del calibro di Sindona e Calvi. Sappiamo dei suoi legami con la P2; sappiamo dei suoli legami con la mafia siculo-americana; sappiamo (e lo ha confermato il recente processo sul crack della Banca Privata Italiana) che Sindona ha messo le mani nelle casse delle sue ex-banche e le ha saccheggiate. L’unica cosa seria ancora da appurare è se vero o non è vero che Sindona sia stato il mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Lui sostiene di essere innocente, i magistrati sono di tutt’altro avviso.

Esiste poi anche un secondo motivo: in tutti questi anni Sindona non è stato muto, ha parlato e molto. A partire dal ’75, vale a dire da quando si opponeva alla sua estradizione in Italia e teneva conferenze nelle università americane dove dichiarava senza arrossire che «compito di un banchiere è di salvaguardare i quattrini che riceve dai risparmiatori», Michele Sindona ha ripetuto praticamente fino ad oggi lo stesso ritornello. E cioè: lui è la vittima di una cospirazione politica messa in piedi dai partiti di sinistra, è un innocente perseguitato dalla magistratura italiana, in particolare da quel Guido Viola che già nel processo per il crack della Banca Privata lo ha definito «un ladro di polli».
Ha parlato anche degli amici e degli ex amici, in sostanza di quelli che in un modo o nell’altro lo hanno aiutato. Licio Gelli? «Mi ha offerto il suo aiuto morale e materiale e, questo, mi ha permesso di sopravvivere. Con me si è sempre comportato correttamente». Imberto Ortolani?
«Bravo sul piano umano, simpatico, ma avevo detto a Calvi di non mettersi con lui negli affari in sud America. Era politico, troppo politico». Paul Marcinkus? «Un uomo avido ma onesto. Ha usato il denaro guadagnato dallo Ior, e cioè dalla banca del Vaticano, per impressionare il Papa e mettersi in buona luce». Roberto Calvi? «L’ho praticamente creato io. Ad un certo punto si è trovato solo, solo come ero io».
Soltanto pochi mesi fa, quando ha dichiarato senza mezzi termini di essere stato l’ideatore di tutti i programmi economici che la P2 aveva per l’Italia («Erano piani di risanamento economico, di lotta alla corruzione, concepiti e da proporsi nel più completo spirito democratico»), «Don Michele» ha leggermente corretto il tiro su Licio Gelli. Ha detto del «Venerabile maestro» della P2: «E’ un uomo modesto, un traffichino; l’enorme importanza che la stampa ha dato a quest’uomo è assurda». Niente di più: le parole di fuoco le ha riservate ai nemici di sempre (Enrico Cuccia e Ugo La Malfa) ed agli amici che hanno «tradito» (Carlo Bordoni).

C’è da chiedersi a questo punto: è pensabile che Sindona, il quale vive nel terrore di ricevere prima o poi un «caffè alla Pisciotta», si metta ora a raccontare qualche particolare inedito solo per porre in difficoltà qualcuno dei suoi più vecchi e altolocati amici? Tipo Andreotti, ad esempio. O qualche altro big della politica o di Cosa Nostra.
C’è da dubitarne. E c’è da dubitarne perché Sindona non è un anomalo genio del male, non è Lucifero come la stampa cattolica lo ha dipinto proprio in questi giorni, è solo un affarista come tanti altri, ben disposto a corrompere e a lasciarsi corrompere, con qualche amicizia giusta nel mondo politico romano ed in Vaticano, con vaste conoscenze nella massoneria, nella P2 e nella mafia. Un avventuriero, insomma. Un avventuriero - bancarottiere - fortemente indiziato di omicidio che, in definitiva, non è altro che il frutto del sistema, è il frutto di un sistema in cui sono ormai emersi chiaramente il legame, la collusione, l’alleanza che si sono creati tra malavita finanziaria, malavita politica e malavita comune.
Ha scritto Guido Viola nella sua requisitoria di 221 pagine in cui accusa Sindona di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli: «E’ una storia di intrighi, di minacce, di estorsioni, di violenze, di intimidazioni, di collusioni con ambienti politici, massonici e mafiosi. . . ne scaturisce uno spaccato estremamente inquietante della realtà italiana su cui occorrerebbe attentamente meditare. Di fronte agli sforzi e alle difficoltà di quanti erano impegnati a ricercare la verità per assicurare alla giustizia i responsabili di gravi reati, si sono sviluppate spesso manovre occulte, subdole, losche, a volte impalpabili. Finanzieri senza scrupoli, avventurieri della peggiore risma, faccendieri, magistrati poco corretti, mafiosi, esponenti massonici, delinquenti comuni, tutti spinti dalla potenza del denaro e dal germe della corruzione, si sono mossi freneticamente sullo sfondo di questa vicenda. Ma quel che è ancora più grave è il ruolo forse esercitato o solo promesso, nel perfezionamento del piano di salvataggio di Sindona, da taluni esponenti politici di primo piano. Con tali «padrini», Sindona aveva il diritto di sentirsi protetto e sicuro dell’impunità. Un onesto servitore della giustizia, Ambrosoli, fu lasciato solo, l’unico che con Mario Sarcinelli seppe dire di no ad un piano di salvataggio scandaloso. In un modo o nell’altro entrambi avrebbero pagato con la loro onesta fermezza: l’uno con la vita, l’altro con il coinvolgimento in una allucinante vicenda giudiziaria.

Che tristezza!.
E’ una strategia ad ampio respiro quella che si muove già a metà degli anni Settanta con l’obiettivo di salvare Sindona. Una strategia portata avanti da alcuni uomini di spicco della Loggia P2 di Licio Gelli e da alcuni uomini politici della Dc, tra cui Giulio Andreotti, Gaetano Stammati, Franco Evangelisti, Massimo De Carolis e, sia pure per taluni aspetti marginali, Amintore Fanfani.
Dall’agenda di Rodolfo Guzzi, uno dei tanti difensori di Sindona ma anche uno, scrive Viola, «che seguirà Sindona nelle iniziative più temerarie in aperto contrasto con gli altri avvocati del collegio di difesa», emerge un tourbillon di incontri, spesso convulsi e incrociati, di vari personaggi: Fortunato Federici, influente consigliere d’amministrazione del Banco di Roma, Phiip Guarino, uomo di punta della massoneria americana, amico di Gelli e membro influente del partito repubblicano, Roberto Memmo, un italo-americano al quale i vertici del Banco di Roma chiederanno ad un certo momento di recuperare in Svizzera la lista nominativa dei 500 dietro compenso di centomila dollari. E poi Mario Genghini, Piersandro Magnoni, Mario Barone, L’on. Delfino, Paul Rao jr.
E agli incontri si aggiungono i famosi «affidavit», vale a dire le dichiarazioni giurate in difesa di Sindona. Dichiarazioni rese da Gelli, da Anna Bonomi, da Edgardo Sogno, da Flavio Orlandi, da Carmelo Spagnuolo, all’epoca procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Per quell’«affidavit» Spagnuolo sarà in seguito espulso dalla magistratura. E poi ci sono le pressioni sulla parte sana della Banca d’Italia, le pressioni per far estromettere i magistrati incaricati del caso, le pressioni su Enrico Cuccia, il mago della finanza laica.

Sindona considerava Cuccia all’origine di tutti i suoi mali ma riteneva anche che il progetto di salvataggio non avrebbe potuto avere possibilità di successo senza un concreto appoggio dell’allora potente amministratore delegato di Mediobanca. A Cuccia minacciarono di rapire la figlia, un’altra volta di sterminare l’intera famiglia, per due volte gli appiccarono persino il fuoco al portone di casa. E così Cuccia, che Sindona chiamava con il nome convenzionale di Ermanno, sarà costretto ad andare a New York. Vedrà Sindona ma non aprirà bocca.
Scrive Viola nella requisitoria: «Se Cuccia avesse avvertito le autorità del tenore dei discorsi che Sindona gli aveva fatto nell’aprile ’79 a New York a proposito di Ambrosoli, probabilmente saremmo stati in grado di proteggere adeguatamente l’eroico commissario liquidatore. E’ un dubbio che ci ha sempre assillato, perché se fossimo stati informati a tempo di quanto da anni stava accadendo, avremmo avuto sicuramente un quadro più preciso della situazione e forse avremmo potuto salvare una vita umana».
Il piano di salvataggio di Sindona non è andato in porto. Era un piano di salvataggio che sarebbe stato effettuato a spese della collettività e in cui il bancarottiere avrebbe avuto garantita l’immunità penale. E non è andato in porto per un motivo che rappresenta poi la morale positiva della vicenda Sindona e anche della vicenda Calvi: questo Paese ha avuto dei seri servitori dello Stato i quali hanno resistito nel loro ufficio alle pressioni con la stessa forza con cui ha resistito Ambrosoli. Scrive ancora Viola: «Fu il coraggio civico dell’avvocato Ambrosoli e la determinazione della dirigenza della banca d’Italia, che dopo la discutibile gestione della vicenda Sindona da parte di Carli, seppe ritrovare la sua gloriosa e antica tradizione di autonomia e di rigore morale, ad impedire la commissione di un’ulteriore truffa ai danni dei contribuenti».

Una dichiarazione, quella di Viola, che fa riflettere, deve far riflettere sui significati istituzionali della vicenda Sindona. Perché, in definitiva, la storia di Sindona è la storia di un avventuriero che ha saccheggiato le casse di due banche grazie a una legislazione arcaica, concepita agli albori del capitalismo italiano, e grazie alle manchevolezze della Banca d’Italia, e quella Banca d’Italia a quel tempo guidata dall’attuale senatore democristiano Guido Carli. Una storia che per molto tempo non ha insegnato nulla, dal momento che qualche anno più tardi è stata ripetuta e ampliata da Roberto Calvi con l’Ambrosiano.
Il crack di Sindona non rappresenta la semplice disavventura di un affarista. è i il culmine di un certo modo di fare finanza, di un certo modo di fare politica, di un certo modo di fare economia. Pochi mesi fa ha scritto Giulio Andreotti sulla vicenda Sindona: «Far sì che chi di dovere, senza pressione alcuna, esamini se sia giusto o meno che un qualsiasi complesso fallisca, a mio avviso non è un diritto di chi governa, ma un dovere. Se così non fosse, dovremmo lapidare tutti i governanti - presenti, passati, futuri - per aver ascoltato sindacati, parlamentari, sindaci, comitati di risparmiatori, eccetera, nei quotidiani tentativi di scongiurare crolli».
Una frase molto infelice. Perché Andreotti non sembra fare nessuna distinzione tra i normali interventi per affrontare le crisi aziendali e questi postumi (quando ormai sul piano aziendale non c’era più nulla da salvare) effettuati solo per evitare al signor Michele Sindona gli incomodi di una procedura per bancarotta fraudolenta. Sindona non era un angioletto e lo si sapeva. Cerare Merzagora, senatore a vita e presidente delle Generali, già nel ’72 aveva messo in guardia la Banca d’Italia dall’attività del finanziere di Patti con una lettera indirizzata al Governatore. Ma pur sapendolo, le autorità monetarie e politiche, la Banca d’Italia e il Parlamento, hanno permesso ad un avventuriero di penetrare tanto profondamente nel sistema bancario italiano pur avendo il potere e il dovere di fermarlo per tempo. Già nel ’72 (e quindi due anni prima che le autorità decidessero il ricorso alla liquidazione) la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria si trovavano in una grave crisi di liquidità. Nel ’72 gli immobilizzi raggiungevano infatti i 250 milioni di dollari e nel ’73 sfioravano i 262 miliardi di lire, erano cioè addirittura superiori al 50 per cento dell’intera massa fiduciaria delle due banche. Una crisi di liquidità che aveva costretto Sindona e soci a realizzare grosse speculazioni di dimensioni sempre più grosse, come quelle sulle commodities compiute da Bordoni tramite le società estere dell’Edilcentro.

Si dirà: ma Carli ha bloccato l’espansione di Sindona quando Sindona, nel ’69, aveva acquistato un pacco di azioni dell’Italcementi con l’idea di impossessarsi dell’intero impero di Carlo Pesenti. E quindi dell’Italimobiliare, della Ras, della Provinciale Lombarda, del Credito commerciale e dell’Ibi. è vero, ma era solo il vecchio establishment che difendeva uno dei suoi piuttosto che una difesa del risparmio dall’attacco di Sindona. Tanto è vero che, mentre Sindona veniva bloccato su questo fronte, nello stesso tempo veniva lasciato libero di fare quello che voleva nelle sue banche. 
Scrive Viola di Michele Sindona: «Per la sua fantasia criminale, per la sua abilità mistificatoria, per i modi contorti di agire, per la fredda determinazione con cui era solito portare a termine i suoi disegni, Sindona è indubbiamente uno dei criminali socialmente più pericolosi che la storia giustiziaria ricordi. Le componenti costanti che hanno animato le sue azioni, in tutti questi anni, sono state quelle della vendetta, della ritorsione, della menzogna. Fornito di un’intelligenza viva, ma dedita al male, Sindona è un uomo pronto a tutto, a truffare, a ricattare, a ingannare, a minacciare, a mistificare la realtà, a tramare, a uccidere. Un uomo che non si è fermato di fronte a niente, animato solo dalla voglia di rivincita, a tutti i costi, pronto a macchiarsi dei più terribili delitti pur di affermare se stesso. è giunto il tempo che egli risponda dei suoi crimini dinanzi alla giustizia».
La morte di Giorgio Ambrosoli non è stata inutile.

 
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Romano Prrrrodi Ecce Homo Di cosa si occupa, nello specifico, NOMISMA? Della “potentia coeundi” dei somari somali e delle velocità medie di cammelli e ovini nel deserto (incarichi del Ministero degli Esteri, Dipartimento per la Cooperazione). E qui, il Professore dà il meglio di sé. Cinquemilacinquecento pagine di rapporto (39 volumi) che, a detta di coloro che li hanno letti, costituiscono una pietra miliare nella storia dell’analisi economica. Costo del lavoro di NOMISMA nemmeno esagerato, appena 9,7 miliardi di lire. Tra i principali risultati prodotti dallo studio, occorre ricordare le seguenti chicche:

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