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Il
mostro di Firenze: quella piovra insinuata ai
vertici dello stato.
Una strage di stato mai chiamata come tale
Prof.
Paolo Franceschetti - 17 dicembre 2007 - http://paolofranceschetti.blogspot.com/
Premessa.
Ho deciso di scrivere questo articolo dopo la
vicenda del perito nella vicenda Moby Prince,
sfuggito per miracolo alla morte; qualche giorno
fa l’uomo, dopo essere stato narcotizzato da 4
persone incappucciate ed è stato poi messo in un
auto a cui hanno dato fuoco. Si è salvato per un
pelo, essendosi risvegliato in tempo dal
narcotico. L’incidente è identico a molti altri
capitati a testimoni di processi importanti della
storia d’Italia. Non tutti però sanno che gli
stessi identici incidenti sono capitati a molti
dei testimoni nella vicenda del mostro di Firenze.
Nella vicenda del mostro di Firenze è stato
scritto tanto. E i dubbi sono tanti. Pacciani era
davvero colpevole? C’erano veramente dei
mandanti che commissionavano gli omicidi? Pochi si
sono occupati invece di un aspetto particolare di
questa vicenda: i depistaggi, le coperture
eccellenti, le morti sospette
La
vicenda del mostro, in effetti, per anni è stata
considerata come un giallo in cui occorreva
trovare il serial killer. In realtà la vicenda può
essere guardata da una prospettiva assolutamente
diversa, cioè quella tipica di tutte le stragi di
stato italiane: l’ostinato occultamento delle
prove affinché non si giunga alla verità, grazie
al coinvolgimento della massoneria e dei servizi
segreti; l’inefficienza degli apparati statali
nel reprimere queste situazioni;
l’impreparazione culturale quando si tratta di
affrontare questioni che esulano da un nomale
omicidio o rapina in banca e si toccano temi
esoterici.
Ripercorriamo quindi le tappe della vicenda per
poi trarre le nostre conclusioni. Con la dovuta
avvertenza che il nostro articolo non è volto a
individuare nuove piste; non vogliamo discutere se
Pacciani fosse o no colpevole, se il mostro fosse
uno solo o fosse un gruppo organizzato, se dietro
ai delitti del mostro ci sia
la Rosa Rossa
, come si è ipotizzato, o altre sette sataniche.
Vogliamo analizzare la cosa dal punto di vista
prettamente giuridico, evidenziando alcuni dati
che nessuno finora ha abbastanza trattato.
Il
processo Pacciani.
Dal 1968 al 1985 vengono uccise otto coppie di
giovani nelle campagne di Firenze. In 4 di questi
duplici omicidi vengono prelevate delle parti di
cadavere, seni e pube in particolare. Ricordiamoci
questo particolare del pube, perché lo
riprenderemo in seguito.
La vera e propria caccia al mostro comincia dopo
il terzo omicidio, quando si capisce che dietro ad
essi c’è la stessa mano.
Dopo errori giudiziari, e vicende varie, si arriva
all’incriminazione di
Pietro Pacciani nel 1994.
Appare
chiaro che Pacciani è colpevole, o perlomeno che
è gravemente coinvolto in questi omicidi. Gli
indizi infatti sono gravi, precisi e concordanti:
in particolare lo inchiodano il ritrovamento di un
bossolo di pistola nel suo giardino,
inequivocabilmente proveniente dalla pistola del
mostro (una Beretta calibro 22); l’asta
guidamolla della pistola del Mostro, inviata agli
investigatori avvolta in un pezzo di panno
identico a quello poi trovato in casa Pacciani; e
soprattutto un portasapone e un blocco da disegno,
di marca tedesca, che verrà riconosciuto come
appartenente alla coppia tedesca uccisa dal
mostro. C’era poi un biglietto trovato in casa
sua, con scritto “coppia” e un numero di targa
corrispondente a quello di una coppia uccisa. Le
intercettazioni telefoniche ed ambientali poi
fecero il resto, mostrando che Pacciani mentiva,
celando agli investigatori diverse cose
importanti.
Eppure
il processo fa acqua da tutte le parti. Tante
cose, troppe, non quadrano in quel processo. Non
quadra il movente, perché Pacciani – benché
violento e benché in passato avesse già ucciso,
per giunta con modalità che a tratti ricordano
quelle di alcuni delitti - non sembra il ritratto
del serial killer. Non quadrano alcuni particolari
(ad esempio le perizie stabiliranno che l’uomo
che ha sparato doveva essere alto almeno un metro
e ottanta, mentre Pacciani è alto molto meno.
Inoltre durante il processo alcuni dei suoi amici
mentono palesemente per coprirlo, sembrando quasi
colludere con lui. Perché mentono?
In primo grado Pacciani verrà condannato. In
secondo grado verrà assolto.
L’impianto accusatorio, in effetti, era
abbastanza fragile. Però proprio il giorno prima
della sentenza di secondo grado, la procura di
Firenze riesce a trovare nuovi testimoni (quattro)
che inchiodano Pacciani e soprattutto riescono a
spiegare il motivo di alcune incongruenze. Due di
questi testimoni infatti sono infatti complici di
Pacciani e, autoaccusandosi, svelano che in realtà
quei delitti erano commessi in gruppo.
Ma la Corte di appello di Firenze decide di non
sentire questi testimoni, e assolve Pacciani. La
sentenza verrà annullata dalla Cassazione, ma nel
frattempo Pacciani muore in circostanze poco
chiare. Apparentemente muore di infarto, ma
Giuttari, il commissario che segue le indagini per
la procura di Firenze, sospetta un omicidio.
Il
caso Narducci.
Nel 2002 l’indagine sul mostro si riapre, ma a
Perugia. Per capire come e perché si riapre però
dobbiamo fare un passo indietro.
Il 13 ottobre del 1985 viene trovato nel lago
Trasimeno il corpo di un giovane medico perugino,
Francesco Narducci. Il caso viene archiviato come
un suicidio, anche se la moglie non crede a questa
versione dei fatti. E sono in molti a non
crederlo. Anzi, da subito alcuni giornali
ipotizzano un coinvolgimento del Narducci nei
fatti di Firenze.
Nel 2002 la procura di Perugia, intercettando per
caso alcune telefonate, sospetta che il medico
Perugino sia stato assassinato e fa riesumare il
cadavere.
Il
cadavere riesumato ha abiti diversi rispetto a
quelli indossati dal cadavere nel 1985. Altri,
numerosi e gravi indizi, nonché le testimonianze
della gente che quel giorno era presente al
ritrovamento, portano a ritenere che il cadavere
ripescato allora non fosse quello di Narducci, e
che solo in un secondo tempo sia stata riposta la
salma del vero Narducci al posto giusto. Indagando
sul caso, il PM di Perugia, Mignini, scopre che il
giorno del ritrovamento le procedure per la
tumulazione furono irregolari; che quel giorno sul
molo convogliarono diverse autorità, tutte
iscritte alla massoneria, come del resto era
iscritto alla massoneria il padre del medico morto
e il medico stesso. E si scopre che il Narducci
era probabilmente coinvolto negli omicidi del
mostro di Firenze. Anzi, forse era proprio lui
che, in alcune occasioni, asportò le parti di
cadavere.
Le
indagini portano ad ipotizzare una pluralità di
mandanti coinvolti negli omicidi del mostro, che
commissionavano questi omicidi per poi utilizzare
le parti di cadavere per alcuni riti satanici.
In particolare, il Lotti confessa che questi
omicidi venivano pagati da un medico. E con un
accertamento sulle finanza di Pacciani verranno
trovati capitali per centinaia di milioni, di
provenienza assolutamente inspiegabile.
Vengono mandati 4 avvisi di garanzia a 4 persone,
tra cui il farmacista di San Casciano Calamandrei,
un medico e un avvocato, che sarebbero i mandanti
dei delitti del mostro di Firenze.
Mentre
per occultamento di cadavere, sviamento di
indagini e altri reati minori (che inevitabilmente
andranno in prescrizione) vengono rinviate a
giudizio il padre di Ugo Narducci, e i fratelli di
Francesco; il questore di Perugia Francesco Trio,
il colonnello dei carabinieri Di Carlo,
l’ispettore Napoleoni, l’avvocato Fabio Dean e
molti altri, quasi tutti iscritti alla stessa
loggia massonica,
la Bellucci
di Perugia, e alcuni di essi, compreso il padre di
Narducci, collegati addirittura alla P2.
Appartengono alla P2 Narducci, il questore Trio,
mentre l’avvocato Fabio Dean è il figlio
dell’avvocato Dean, uno dei legali di Gelli.
Depistaggi
e coperture eccellenti.
In questa vicenda sono presenti ancora una volta i
servizi segreti e i loro depistaggi, nonché tutte
le mosse tipiche che vengono attuate quando
occorre depistare.
In pratica l’indagine conosce una prima fase,
che arriva fino al processo di appello di Pacciani,
in cui essa scorre senza problematiche
particolari, tranne ovviamente quella tipica di
ogni indagine, e cioè l’individuazione dei
colpevoli.
Ma appena si apre la pista dei mandanti si scatena
un vero inferno.
Anzitutto
lo screditamento degli inquirenti, che vengono
derisi, sminuiti; vengono continuamente
sottolineati gli errori fatti da costoro (come se
fosse semplice condurre un indagine del genere
senza commetterne); la procura fiorentina viene
spesso presentata dai giornali come una procura
che vuole a tutti i costi incastrare degli
innocenti; Giuttari viene presentato come uno che
vuole farsi pubblicità; un pazzo che crede alla
folle pista satanista; quando il commissario è
vicino alla verità lo si isola, oppure si cerca
di trasferirlo con una meritata promozione (che
però metterebbe in crisi tutta l’inchiesta).
Più volte giornali e televisioni annunceranno
scoop fantastici tesi a demolire il lavoro di anni
della procura di Firenze, e di Perugia.
Alcuni giornalisti che ipotizzano il collegamento
massoneria – delitti del mostro – sette
sataniche vengono querelati anche se le querele
verranno poi ritirate.
Vengono
fatte indagini parallele e non ufficiali di cui
non vengono informati gli inquirenti. Il PM
Mignini scopre che dopo l’ultimo delitto del
mostro la polizia di Perugia aveva indagato su
Narducci e sul mostro, e ciò risulta dai
prospetti di lavoro, datati 10 settembre 1985. Ma
di queste indagini non viene avvisata la procura
di Firenze.
Ma in compenso anche i carabinieri, per non essere
da meno, fanno le loro indagini parallele di cui
non informano gli inquirenti.
Alcuni carabinieri confidano che anni prima
avevano fatto un’irruzione nell’appartamento
fiorentino del Narducci per trovare le parti di
cadavere che il Narduci teneva
nell’appartamento, ma che erano stati
“preceduti”. Anche di questi fatti la procura
di Firenze non viene informata. Queste indagini
parallele erano coordinate a Perugia
dall’ispettore Napoleoni, che pare agisse
addirittura all’insaputa del suo diretto
superiore Speroni (così scrive Licciardi nel suo
libro)
Su
Narducci c’era un fascicolo da tempo, ma il
fascicolo venne smarrito, e ritrovato dopo anni
privo di varie parti.
Così come scomparvero misteriosamente molti
reperti che erano stato acquisiti durante le
indagini, come la famosa pietra a forma di
piramide trovata sulla scena di uno dei delitti.
Non manca poi – stando alla ricostruzione di
Giuttari nel
suo libro - anche il procuratore capo di Firenze,
Nannucci (che è sempre stato contrario
all’indagine sui mandanti) che avvisa un
indagato, il giornalista
Mario
Spezi, dell’imminente indagine; questo fatto
verrà segnalato alla procura di Genova che però
archivierà la posizione del procuratore.
Infine, ci sono gli immancabili depistaggi dei
servizi segreti deviati. Il Sisde aveva già dai
tempi del terzo delitto preparato un dossier che
ipotizzava che non fosse coinvolto un solo serial
Killer, ma i componenti di una setta satanica che
agivano in gruppo, e ciò appariva evidente da
alcuni particolari della scena del delitto. Ma
questo dossier – che porta la data del 1980 -
non viene mai consegnato agli inquirenti di
Firenze.
Il
dossier era firmato da Francesco Bruno, consulente
del Sisde.
In totale, sono tre gli studi commissionati dal
Sisde che si persero misteriosamente per strada e
non arrivarono mai sulle scrivanie degli
inquirenti fiorentini. Guarda caso proprio quei
dossier che ricostruivano la pista dei mandanti
plurimi e delle messe nere.
Ma qualche anno dopo Francesco Bruno,
intervistato, sosterrà che a suo parere il serial
Killer è un mostro isolato, ancora in libertà.
Morti
sospette.
Ci sono poi le solite morti sospette tipiche di
tutte le grosse vicende giudiziarie italiane. Una
vera strage, in realtà. O meglio, una strage
nella strage. La prima morte sospetta è quella
del medico Perugino trovato morto nel lago
Trasimeno. Poi la morte di Pacciani per la quale
la procura di Firenze apre un fascicolo per
omicidio.
E poi la solita mattanza di testimoni.
Elisabetta Ciabiani, una ragazza di venti anni che
aveva lavorato nell’albergo dove Narducci e la
sua loggia massonica si riunivano e che aveva
rivelato al suo psicologo, Maurizio Antonello
(fondatore dell’Associazione per la ricerca e
l’informazione delle sette) il nome di alcuni
mandanti del mostro e aveva rivelato il
coinvolgimento della Rosa Rossa nei delitti:
Elisabetta verrà trovata uccisa a colpi di
coltello, compresa una coltellata al pube, ma il
caso venne archiviato come suicidio. Mentre lo
psicologo Maurizio Antonello verrà trovato
“suicidato”, impiccato al parapetto della sua
casa di campagna.
Renato
Malatesta, marito di Antonietta Sperduto,
l’amante di Pacciani, che viene trovato
impiccato, ma con i piedi che toccano per terra;
uno degli innumerevoli casi di suicidi in
ginocchio, che non fanno certo l’onore delle
nostre forze di polizia subito pronte ad
archiviare il caso come suicidio nonostante
l’evidenza dei fatti.
Francesco Vinci e Angelo Vargiu, sospettati di
essere tra i compagni di merende di Pacciani (il
primo è anche amante di Milva Malatesta) trovati
morti carbonizzati nell’auto.
Anna Milva Mattei, anche lei bruciata in auto.
Claudio Pitocchi, morto per un incidente di moto,
che sbanda ed esce di strada all’improvviso,
senza cause apparenti. Anche questa è una modalità
che troviamo in tutte le vicende italiane in cui
sono coinvolti servizi segreti e massoneria:
Ustica, soprattutto, e poi nel caso Clementina
Forleo, di cui ci siamo già occupati.
Milva
Malatesta e il suo figlio Mirko, anche loro
trovati carbonizzati nell’auto; una fine
curiosamente simile a quella che volevano far fare
al perito del Moby Prince poche settimane fa. La
stessa tecnica. Così come la tecnica dei suicidi
in ginocchio è identica a quella dei morti di
Ustica e di tutte le altre stragi che hanno
insanguinato l’Italia. Tecniche identiche, che
fanno ipotizzare una firma unica: quella dei
servizi segreti deviati.
Rolf
Reineke, che aveva visto una delle coppiette
uccise poche ore prima della loro morte, che muore
di infarto nel 1983.
Domenico, un fruttivendolo di Prato che scompare
nel nulla nell’agosto del 1994 e venne
considerato un caso di lupara bianca.
Il proprietario di Villa Verde, o Villa Poggio ai
Grilli, dove secondo Giuttari, e stando ai
racconti di Pacciani, si tenevano le messe nere,
che muore di infarto. Secondo la moglie è morto
di infarto per il trauma delle perquisizioni
illegittime e immotivate degli inquirenti.
E poi ce ne sono tanti altri. C’è il caso di
tre prostitute, una suicidatasi, e due
accoltellate, che avevano avuto rapporti a vario
titolo con i compagni di merende, e chissà quanti
alltri di cui si non si saprà mai nulla.
Un
discorso a parte va fatto per Luciano Petrini.
Consulente informatico, nel 1996 avvicinò una
persona (anche lei testimone al processo)
Gabriella Pasquali Carlizzi, dandogli alcune
informazioni sul mostro e mostrando di sapere
molto su questa vicenda; ma il 9 maggio fu ucciso
nel suo bagno, colpito ripetutamente con un porta
asciugamani a cui tolsero la guarnizione per
renderla più tagliente. Nella casa non compaiono
segni di scasso o effrazione. Conclusioni:
omicidio gay. Nessuno prende in considerazione
altre piste. Nessuno prende in considerazione –
soprattutto - l’ipotesi più evidente: Petrini
aveva svolto consulenza nel caso Ustica, sul
suicidio del colonnello dell’aereonautica
Mario
Ferraro, quel Mario Ferraro che venne trovato
impiccato al portasciugamani del bagno. Ma il
fatto che sia stato ucciso – guarda caso –
proprio con un portasciugamani, non induce a
sospettare di nulla. Omicidio gay!!!.
Conclusioni
La
verità sul mostro di Firenze non si saprà mai.
Non si sapranno mai i nomi dei mandanti, perlomeno
non di tutti.
In realtà, in questa vicenda molte cose sono
chiare, molto più chiare di quanto non sembri a
prima vista. Leggendo attentamente i fatti e i
documenti è possibile farsi un’idea della
vicenda, e delle motivazioni che spingono alcune
delle persone coinvolte. Ma non è mio
intendimento fare ipotesi, smontare tesi o
costruirle. Non mi interessa poi così tanto
capire se Pacciani era il vero mostro o fu solo
incastrato. Se Narducci era il mostro, o se erano
altri. Se Pietro Toni, il procuratore che chiese
l’assoluzione di Pacciani e definì“aria
fritta” l’ipotesi dei mandanti sia in mala
fede oppure se gli sia sfuggito un
“leggerissimo” particolare: che una simile
mattanza di testimoni e di occultamenti presuppone
un’organizzazione dietro tutto questo. E che a
fronte dei depistaggi, delle sparizioni di
fascicoli, dei tentativi di insabbiamento,
l’ipotesi del mandante isolato diventa
fantascientifica, perché in tal caso si impone di
presupporre che tutti gli investigatori che si
sono occupati delle vicende del mostro siano
impazziti o si siano messi d’accordo per fregare
Pacciani e gli altri e che tutti i testimoni siano
morti per delle coincidenze.
Atteniamoci
quindi ad un dato di fatto.
Quando in un indagine importante compare il
binomio massoneria – servizi segreti, questo
binomio indica che sono coinvolti dei mandanti
eccellenti, al di là di ogni immaginazione.
Ancora una volta la massoneria deviata riesce a
mostrare tutta la sua forza, riuscendo a tacitare
ogni tipo di delitti, purché siano coinvolte
persone a loro legate. Non solo colpi di stato,
stragi e altro, ma addirittura delitti come quelli
del Mostro di Firenze. Il che porta a concludere
che anche i morti legati alla vicenda Mostro di
Firenze, che non sono solo le sedici vittime
ufficiali, ma anche tutte le altre (i testimoni
soppressi brutalmente e gli omicidi non
individuati ufficialmente) possono essere
considerati una strage di stato. L’ennesima
strage compiuta con la connivenza di pezzi dello
stato, resa possibile sia dalle complicità ad
alto livello, sia dall’ignoranza degli organi
investigativi, dalla loro impreparazione riguardo
al modus operandi e alla struttura delle logge
massoniche deviate e in particolare delle sette
sataniche.
Ancora
una volta viene in evidenza poi la totale inutilità
delle norme giuridiche e processuali. Finché un
PM che avvisa un indagato commetterà un reato
minimo; finché l’occultamento di prove o di un
fascicolo agli inquirenti, subirà un pena minima,
destinata tra l’altro ad andare in prescrizione;
finché l’operato dei servizi segreti rimarrà
sempre impunito in nome del cosiddetto segreto di
stato; finché il tempo massimo per le indagini
preliminari, anche in reati così complessi,
continueranno ad essere due anni; finché avremo
questo sistema, insomma, la macchina giudiziaria
sarà sempre paralizzata nel perseguimento di
questo tipo di delitti, cioè i delitti che vedono
coinvolti, a vario titolo, i colletti bianchi nel
coprirsi a vicenda i reati da ciascuno di loro
commessi.
Finisco
questo articolo riportando le parole di un mio
amico di infanzia, ufficiale dei carabinieri di un
paese della Toscana. Mi ha detto: “Certo Paolo
che dietro ai delitti del mostro di Firenze ci
sono alcune sette sataniche legate a logge deviate
della massoneria. I fatti di Perugia parlano
chiaro. Noi spesso sappiamo chi sono e cosa fanno
certi personaggi. Ma abbiamo l’ordine di non
indagare. Vedi… Un tempo, se toccavi il tasto
mafia – politica e indagavi su questo filone, o
scrivevi un pezzo di giornale, morivi. Oggi la
politica ha capito che è inutile uccidere per
questo, perché i magistrati si possono
trasferire, i reati vanno in prescrizione…
insomma ci sono altri mezzi per insabbiare
un’inchiesta. Ma il tasto delle sette sataniche,
e dei coinvolgimenti eccellenti in queste sette,
non si può toccare, altrimenti si muore. Pensa
che ogni anno, in Italia, spariscono migliaia di
bambini. Oltre ai dati ufficiali della polizia di
stato, ce ne sono molti altri, Rom, immigrati
clandestini, ecc. che non compaiono nelle
statistiche. E questi bambini finiscono nel
circuito delle sette sataniche, che sono collegate
spesso al circuito dei sadici e pedofili, che
pagano cifre astronomiche per video ove i bambini
muoiono veramente”. E mi ha anche detto i nomi
di alcune persone coinvolte, tra l’altro
chiaramente ricavabili dal fatto di essere
proprietarie dei luoghi in cui si svolgevano
questi riti.
Questo
mio amico non sapeva, all’epoca, che ero
coinvolto anche io in vicende che riguardavano la
massoneria deviata e raccontò queste cose con
tranquillità, davanti alla mia fidanzata
dell’epoca, mentre eravamo seduti in un bar.
Tempo dopo, quando lo venne a sapere, e gli feci
delle domande, negò di avermi mai dato quelle
informazioni.
Ma, lo ripeto, quello che importa non sono i nomi.
Non è se Tizio o Caio sia coinvolto, e in che
cosa sia coinvolto. Anche perché il singolo nome
talvolta può essere il frutto di un errore, di un
tentativo di screditare qualcuno. E francamente a
me non è questo che fa paura.
Ciò che fa paura è la vastità delle connivenze;
il fatto che per delitti di questa gravità ed
efferatezza ci possano essere coperture eccellenti
e che la macchina della giustizia sia paralizzata.
Il fatto che gli organi investigativi siano
impreparati quando si affrontano vicende che
sfiorano l’esoterismo e i servizi segreti
deviati.
Eppure
la vicenda del Mostro di Firenze dovrebbe
interessare tutti, non solo gli amanti dei gialli,
dell’horror e dell’esoterismo. 18 vittime
ufficiali che potevano essere nostri amici, nostri
partner, o potevamo essere noi; decine di vittime
nella mattanza dei testimoni e delle persone
coinvolte; centinaia di famiglie inconsapevoli
coinvolte nella vicenda, che escono distrutte,
alcune perché vittime del mostro, altre perché
sospettate di essere familiari di un mostro. Il
vero mostro in questa vicenda, non è solo chi ha
ucciso ma anche tutte le persone che hanno coperto
la verità, che in virtù dei loro legami con la
massoneria deviata o con pezzi deviati dello stato
hanno coperto, colluso, e taciuto. Il vero mostro
è la massoneria deviata, che come una piovra si
è insinuata in tutti i punti vitali dello stato.
Il mostro di Firenze è solo uno dei suoi
tentacoli.
Bibliografia
Se
molti in questi anni hanno cercato di nascondere
la verità, è anche vero che, come dice un detto
famoso, la verità non si può nascondere per
sempre. Per chi vuole cercarla e capire segnaliamo
due testi.
Michele
Giuttari, Il mostro anatomia di un indagine, BUR.
Una
cosa che mi colpisce leggendo il libro di Giuttari
è che quando parla dei depistaggi e degli
occultamenti vari non nomina mai la massoneria.
Parla di un “partito avverso”. Anche se,
leggendo, non è difficile intuire cosa sia questo
partito avverso, non si capisce se la cosa sia
voluta o casuale.
Questi legami vengono descritti meglio nel libro:
Luca
Cardinalini, Pietro Licciardi, La strana morte del
dottor Narducci, ed. Deriveapprodi.
E’
Licciardi che definisce il Mostro di Firenze
“una piovra che si insinua nello stato”.
www.disinformazione.it
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Un
Sindona senza silenziatore
di
Alberto Mazzucca -
«Domenica» de «Il Sole 24 Ore»
30/09/1984
Dieci
anni di fatti e misfatti sono già sufficienti per
dare un giudizio sulla vicenda del finanziere
siciliano e sull' intreccio di complicità che lo
sostennero.
Capelli bianchi, calvizie accentuata, occhi
affossati e arrossati dalla stanchezza, volto
pallido e emaciato, fisico rinsecchito. L'immagine
di un vecchio. I cronisti raccontano che Michele
Sindona abbia sorriso quando, martedì 25
settembre, è apparso in cima alla scaletta
dell'aereo che da New York l'aveva portato in
Italia. Ha sorriso quando è sbarcato a Milano
(ore 12.18) e ha sorriso quando nel pomeriggio
(ore 17.05) è arrivato a Roma. E dal momento che
indossava solamente un paio di pantaloni e una
camiciola marroncina a righe con tanto di penna
che sbucava dal taschino, Sindona ha mormorato
quel che era giusto mormorasse: «Accidenti che
freddo!». Più tardi, in carcere, gli hanno dato
non uno ma due maglioni. Sindona è così tornato
in manette in Italia dieci anni dopo esserne
fuggito in maniera piuttosto frettolosa. Era il 27
settembre del '74 quando fu deciso il ricorso alla
liquidazione coatta amministrativa della Banca
Privata Italiana, una banca nata morta neppure due
mesi prima, all'inizio di agosto, dalla fusione
tra la Banca Unione e la Banca Privata
Finanziaria. Ed era nata morta perché, nonostante
un prestito di 100 milioni di dollari effettuato
dal Banco di Roma, Sindona era già con l'acqua
alla gola. Il crack sarà di 268 miliardi di lire,
lire del '74, anche se poi sembreranno poca cosa
rispetto ai mille e passa miliardi di lire '82 del
crack Ambrosiano.
Appena
Sindona ha messo piede in Italia, un po’ tutti
quanti hanno sentito il dovere di dire la loro:
c’è chi lo vuole sentire alla commissione
antimafia, chi vorrebbe conoscere i nomi della
famosa lista dei 500 esportatori di valuta, chi
vorrebbe vederci più chiaro in alcune operazioni
un tantino oscure. Insomma, tutti hanno da
chiedere qualcosa, anche se il vero problema non
sta nell’elenco delle domande che Tizio e
Sempronio possono rivolgere a Sindona ma nelle
risposte che Sindona è disposto a fornire. Fino a
che punto, cioè, Sindona ha intenzione di
parlare? Un interrogativo che non deve creare
eccessive illusioni. E per due buone ragioni.
Il primo motivo è questo: cosa può ancora
raccontare quest’uomo, soprattutto oggi che non
ha neppure più il potere ricattatorio che aveva
una volta, quando ormai sono già noti gli aspetti
più importanti dell’intera vicenda, quelli che
in definitiva contano? Sappiamo per esempio che
sono stati dati 2 miliardi alla Dc e che gli
atteggiamenti della Dc sono stati influenzati da
quel finanziamento. Sappiamo, altro esempio, che
nella lista dei 500 c’erano nomi di ministri e
di alti personaggi del Vaticano e che si è agito
proprio per rimborsare prima questi di tutti gli
altri. Sappiamo ancora che a livello di Governo,
addirittura di presidenza del consiglio, è stato
fatto il possibile e l’impossibile per cercare
di salvare Sindona. Sappiamo ancora, e se ne è
avuta poi conferma col crack dell’Ambrosiano,
del legame che ha unito la finanza degenere del
Vaticano con avventurieri del calibro di Sindona e
Calvi. Sappiamo dei suoi legami con la P2;
sappiamo dei suoli legami con la mafia
siculo-americana; sappiamo (e lo ha confermato il
recente processo sul crack della Banca Privata
Italiana) che Sindona ha messo le mani nelle casse
delle sue ex-banche e le ha saccheggiate.
L’unica cosa seria ancora da appurare è se vero
o non è vero che Sindona sia stato il mandante
dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli. Lui sostiene
di essere innocente, i magistrati sono di
tutt’altro avviso.
Esiste
poi anche un secondo motivo: in tutti questi anni
Sindona non è stato muto, ha parlato e molto. A
partire dal ’75, vale a dire da quando si
opponeva alla sua estradizione in Italia e teneva
conferenze nelle università americane dove
dichiarava senza arrossire che «compito di un
banchiere è di salvaguardare i quattrini che
riceve dai risparmiatori», Michele Sindona ha
ripetuto praticamente fino ad oggi lo stesso
ritornello. E cioè: lui è la vittima di una
cospirazione politica messa in piedi dai partiti
di sinistra, è un innocente perseguitato dalla
magistratura italiana, in particolare da quel
Guido Viola che già nel processo per il crack
della Banca Privata lo ha definito «un ladro di
polli».
Ha parlato anche degli amici e degli ex amici, in
sostanza di quelli che in un modo o nell’altro
lo hanno aiutato. Licio Gelli? «Mi ha offerto il
suo aiuto morale e materiale e, questo, mi ha
permesso di sopravvivere. Con me si è sempre
comportato correttamente». Imberto Ortolani?
«Bravo sul piano umano, simpatico, ma avevo detto
a Calvi di non mettersi con lui negli affari in
sud America. Era politico, troppo politico». Paul
Marcinkus? «Un uomo avido ma onesto. Ha usato il
denaro guadagnato dallo Ior, e cioè dalla banca
del Vaticano, per impressionare il Papa e mettersi
in buona luce». Roberto Calvi? «L’ho
praticamente creato io. Ad un certo punto si è
trovato solo, solo come ero io».
Soltanto pochi mesi fa, quando ha dichiarato senza
mezzi termini di essere stato l’ideatore di
tutti i programmi economici che la P2 aveva per
l’Italia («Erano piani di risanamento
economico, di lotta alla corruzione, concepiti e
da proporsi nel più completo spirito democratico»),
«Don Michele» ha leggermente corretto il tiro su
Licio Gelli. Ha detto del «Venerabile maestro»
della P2: «E’ un uomo modesto, un traffichino;
l’enorme importanza che la stampa ha dato a
quest’uomo è assurda». Niente di più: le
parole di fuoco le ha riservate ai nemici di
sempre (Enrico Cuccia e Ugo La Malfa) ed agli
amici che hanno «tradito» (Carlo Bordoni).
C’è
da chiedersi a questo punto: è pensabile che
Sindona, il quale vive nel terrore di ricevere
prima o poi un «caffè alla Pisciotta», si metta
ora a raccontare qualche particolare inedito solo
per porre in difficoltà qualcuno dei suoi più
vecchi e altolocati amici? Tipo Andreotti, ad
esempio. O qualche altro big della politica o di
Cosa Nostra.
C’è da dubitarne. E c’è da dubitarne perché
Sindona non è un anomalo genio del male, non è
Lucifero come la stampa cattolica lo ha dipinto
proprio in questi giorni, è solo un affarista
come tanti altri, ben disposto a corrompere e a
lasciarsi corrompere, con qualche amicizia giusta
nel mondo politico romano ed in Vaticano, con
vaste conoscenze nella massoneria, nella P2 e
nella mafia. Un avventuriero, insomma. Un
avventuriero - bancarottiere - fortemente
indiziato di omicidio che, in definitiva, non è
altro che il frutto del sistema, è il frutto di
un sistema in cui sono ormai emersi chiaramente il
legame, la collusione, l’alleanza che si sono
creati tra malavita finanziaria, malavita politica
e malavita comune.
Ha scritto Guido Viola nella sua requisitoria di
221 pagine in cui accusa Sindona di essere il
mandante dell’omicidio Ambrosoli: «E’ una
storia di intrighi, di minacce, di estorsioni, di
violenze, di intimidazioni, di collusioni con
ambienti politici, massonici e mafiosi. . . ne
scaturisce uno spaccato estremamente inquietante
della realtà italiana su cui occorrerebbe
attentamente meditare. Di fronte agli sforzi e
alle difficoltà di quanti erano impegnati a
ricercare la verità per assicurare alla giustizia
i responsabili di gravi reati, si sono sviluppate
spesso manovre occulte, subdole, losche, a volte
impalpabili. Finanzieri senza scrupoli,
avventurieri della peggiore risma, faccendieri,
magistrati poco corretti, mafiosi, esponenti
massonici, delinquenti comuni, tutti spinti dalla
potenza del denaro e dal germe della corruzione,
si sono mossi freneticamente sullo sfondo di
questa vicenda. Ma quel che è ancora più grave
è il ruolo forse esercitato o solo promesso, nel
perfezionamento del piano di salvataggio di
Sindona, da taluni esponenti politici di primo
piano. Con tali «padrini», Sindona aveva il
diritto di sentirsi protetto e sicuro
dell’impunità. Un onesto servitore della
giustizia, Ambrosoli, fu lasciato solo, l’unico
che con Mario Sarcinelli seppe dire di no ad un
piano di salvataggio scandaloso. In un modo o
nell’altro entrambi avrebbero pagato con la loro
onesta fermezza: l’uno con la vita, l’altro
con il coinvolgimento in una allucinante vicenda
giudiziaria.
Che
tristezza!.
E’ una strategia ad ampio respiro quella che si
muove già a metà degli anni Settanta con
l’obiettivo di salvare Sindona. Una strategia
portata avanti da alcuni uomini di spicco della
Loggia P2 di Licio Gelli e da alcuni uomini
politici della Dc, tra cui Giulio Andreotti,
Gaetano Stammati, Franco Evangelisti, Massimo De
Carolis e, sia pure per taluni aspetti marginali,
Amintore Fanfani.
Dall’agenda di Rodolfo Guzzi, uno dei tanti
difensori di Sindona ma anche uno, scrive Viola,
«che seguirà Sindona nelle iniziative più
temerarie in aperto contrasto con gli altri
avvocati del collegio di difesa», emerge un
tourbillon di incontri, spesso convulsi e
incrociati, di vari personaggi: Fortunato Federici,
influente consigliere d’amministrazione del
Banco di Roma, Phiip Guarino, uomo di punta della
massoneria americana, amico di Gelli e membro
influente del partito repubblicano, Roberto Memmo,
un italo-americano al quale i vertici del Banco di
Roma chiederanno ad un certo momento di recuperare
in Svizzera la lista nominativa dei 500 dietro
compenso di centomila dollari. E poi Mario
Genghini, Piersandro Magnoni, Mario Barone, L’on.
Delfino, Paul Rao jr.
E agli incontri si aggiungono i famosi «affidavit»,
vale a dire le dichiarazioni giurate in difesa di
Sindona. Dichiarazioni rese da Gelli, da Anna
Bonomi, da Edgardo Sogno, da Flavio Orlandi, da
Carmelo Spagnuolo, all’epoca procuratore
generale presso la Corte di Cassazione. Per
quell’«affidavit» Spagnuolo sarà in seguito
espulso dalla magistratura. E poi ci sono le
pressioni sulla parte sana della Banca d’Italia,
le pressioni per far estromettere i magistrati
incaricati del caso, le pressioni su Enrico
Cuccia, il mago della finanza laica.
Sindona
considerava Cuccia all’origine di tutti i suoi
mali ma riteneva anche che il progetto di
salvataggio non avrebbe potuto avere possibilità
di successo senza un concreto appoggio
dell’allora potente amministratore delegato di
Mediobanca. A Cuccia minacciarono di rapire la
figlia, un’altra volta di sterminare l’intera
famiglia, per due volte gli appiccarono persino il
fuoco al portone di casa. E così Cuccia, che
Sindona chiamava con il nome convenzionale di
Ermanno, sarà costretto ad andare a New York.
Vedrà Sindona ma non aprirà bocca.
Scrive Viola nella requisitoria: «Se Cuccia
avesse avvertito le autorità del tenore dei
discorsi che Sindona gli aveva fatto nell’aprile
’79 a New York a proposito di Ambrosoli,
probabilmente saremmo stati in grado di proteggere
adeguatamente l’eroico commissario liquidatore.
E’ un dubbio che ci ha sempre assillato, perché
se fossimo stati informati a tempo di quanto da
anni stava accadendo, avremmo avuto sicuramente un
quadro più preciso della situazione e forse
avremmo potuto salvare una vita umana».
Il piano di salvataggio di Sindona non è andato
in porto. Era un piano di salvataggio che sarebbe
stato effettuato a spese della collettività e in
cui il bancarottiere avrebbe avuto garantita
l’immunità penale. E non è andato in porto per
un motivo che rappresenta poi la morale positiva
della vicenda Sindona e anche della vicenda Calvi:
questo Paese ha avuto dei seri servitori dello
Stato i quali hanno resistito nel loro ufficio
alle pressioni con la stessa forza con cui ha
resistito Ambrosoli. Scrive ancora Viola: «Fu il
coraggio civico dell’avvocato Ambrosoli e la
determinazione della dirigenza della banca
d’Italia, che dopo la discutibile gestione della
vicenda Sindona da parte di Carli, seppe ritrovare
la sua gloriosa e antica tradizione di autonomia e
di rigore morale, ad impedire la commissione di
un’ulteriore truffa ai danni dei contribuenti».
Una
dichiarazione, quella di Viola, che fa riflettere,
deve far riflettere sui significati istituzionali
della vicenda Sindona. Perché, in definitiva, la
storia di Sindona è la storia di un avventuriero
che ha saccheggiato le casse di due banche grazie
a una legislazione arcaica, concepita agli albori
del capitalismo italiano, e grazie alle
manchevolezze della Banca d’Italia, e quella
Banca d’Italia a quel tempo guidata
dall’attuale senatore democristiano Guido Carli.
Una storia che per molto tempo non ha insegnato
nulla, dal momento che qualche anno più tardi è
stata ripetuta e ampliata da Roberto Calvi con
l’Ambrosiano.
Il crack di Sindona non rappresenta la semplice
disavventura di un affarista. è i il culmine di
un certo modo di fare finanza, di un certo modo di
fare politica, di un certo modo di fare economia.
Pochi mesi fa ha scritto Giulio Andreotti sulla
vicenda Sindona: «Far sì che chi di dovere,
senza pressione alcuna, esamini se sia giusto o
meno che un qualsiasi complesso fallisca, a mio
avviso non è un diritto di chi governa, ma un
dovere. Se così non fosse, dovremmo lapidare
tutti i governanti - presenti, passati, futuri -
per aver ascoltato sindacati, parlamentari,
sindaci, comitati di risparmiatori, eccetera, nei
quotidiani tentativi di scongiurare crolli».
Una frase molto infelice. Perché Andreotti non
sembra fare nessuna distinzione tra i normali
interventi per affrontare le crisi aziendali e
questi postumi (quando ormai sul piano aziendale
non c’era più nulla da salvare) effettuati solo
per evitare al signor Michele Sindona gli incomodi
di una procedura per bancarotta fraudolenta.
Sindona non era un angioletto e lo si sapeva.
Cerare Merzagora, senatore a vita e presidente
delle Generali, già nel ’72 aveva messo in
guardia la Banca d’Italia dall’attività del
finanziere di Patti con una lettera indirizzata al
Governatore. Ma pur sapendolo, le autorità
monetarie e politiche, la Banca d’Italia e il
Parlamento, hanno permesso ad un avventuriero di
penetrare tanto profondamente nel sistema bancario
italiano pur avendo il potere e il dovere di
fermarlo per tempo. Già nel ’72 (e quindi due
anni prima che le autorità decidessero il ricorso
alla liquidazione) la Banca Unione e la Banca
Privata Finanziaria si trovavano in una grave
crisi di liquidità. Nel ’72 gli immobilizzi
raggiungevano infatti i 250 milioni di dollari e
nel ’73 sfioravano i 262 miliardi di lire, erano
cioè addirittura superiori al 50 per cento
dell’intera massa fiduciaria delle due banche.
Una crisi di liquidità che aveva costretto
Sindona e soci a realizzare grosse speculazioni di
dimensioni sempre più grosse, come quelle sulle
commodities compiute da Bordoni tramite le società
estere dell’Edilcentro.
Si
dirà: ma Carli ha bloccato l’espansione di
Sindona quando Sindona, nel ’69, aveva
acquistato un pacco di azioni dell’Italcementi
con l’idea di impossessarsi dell’intero impero
di Carlo Pesenti. E quindi dell’Italimobiliare,
della Ras, della Provinciale Lombarda, del Credito
commerciale e dell’Ibi. è vero, ma era solo il
vecchio establishment che difendeva uno dei suoi
piuttosto che una difesa del risparmio
dall’attacco di Sindona. Tanto è vero che,
mentre Sindona veniva bloccato su questo fronte,
nello stesso tempo veniva lasciato libero di fare
quello che voleva nelle sue banche.
Scrive Viola di Michele Sindona: «Per la sua
fantasia criminale, per la sua abilità
mistificatoria, per i modi contorti di agire, per
la fredda determinazione con cui era solito
portare a termine i suoi disegni, Sindona è
indubbiamente uno dei criminali socialmente più
pericolosi che la storia giustiziaria ricordi. Le
componenti costanti che hanno animato le sue
azioni, in tutti questi anni, sono state quelle
della vendetta, della ritorsione, della menzogna.
Fornito di un’intelligenza viva, ma dedita al
male, Sindona è un uomo pronto a tutto, a
truffare, a ricattare, a ingannare, a minacciare,
a mistificare la realtà, a tramare, a uccidere.
Un uomo che non si è fermato di fronte a niente,
animato solo dalla voglia di rivincita, a tutti i
costi, pronto a macchiarsi dei più terribili
delitti pur di affermare se stesso. è giunto il
tempo che egli risponda dei suoi crimini dinanzi
alla giustizia».
La
morte di Giorgio Ambrosoli non è stata inutile.
www.disinformazione.it
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| Romano
Prrrrodi Ecce Homo Di
cosa si occupa, nello specifico, NOMISMA? Della
“potentia
coeundi” dei somari somali e delle velocità
medie di cammelli e ovini nel deserto (incarichi
del Ministero degli Esteri, Dipartimento
per la Cooperazione). E qui, il Professore dà
il meglio di sé. Cinquemilacinquecento pagine di
rapporto (39 volumi) che, a detta di coloro che li
hanno letti, costituiscono una pietra miliare
nella storia dell’analisi economica. Costo del
lavoro di NOMISMA nemmeno esagerato, appena 9,7
miliardi di lire. Tra i principali risultati
prodotti dallo studio, occorre ricordare le seguenti
chicche: |
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