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Una bolletta alla Vanna Marchi
di Carlo Bertani - 13 novembre 2006

“Non si può svegliare chi finge di dormire.”
Proverbio Navajo 

Mi è sempre piaciuto essere preciso e chiamare le cose con il loro nome; dovrebbe essere un piccolo sforzo che tutti compiamo: ci aiuterebbe a non prendere lucciole per lanterne ed a non ritrovarci poi nella torre di Babele.
Ancor più, dovrebbero farlo coloro che ci governano e tutti i responsabili dei grandi servizi; al riguardo, esiste addirittura uno specifico reato: false comunicazioni sociali.
Purtroppo sappiamo che non tutti, nel Bel Paese, sono soggetti alla stessa legge: per i “furbi” ne esiste sempre un’altra, quella che tutto perdona e dove la condanna è un buffetto affettuoso. 



E passi che un governo inizi a raccontare di voler colpire i cosiddetti “SUV” oppure le automobili di grossa cilindrata – e poi finisca per colpire il 90% delle auto vecchie, quelle dei poveracci, per capirci – al punto che, dei 538 milioni di euro previsti per “fare cassa”, 428,5 milioni arriveranno dall' aumento del bollo per le auto più inquinanti (quelle dei poveracci), e 109,5 dalle autovetture che superano la soglia dei 100 KW (quelle dei “Paperoni”). A rimanere fermi sono infatti gli importi del bollo auto per le sole vetture "Euro 4" e "Euro 5" (2,58 euro per KW) al di sotto dei 100 KW. Per tutte le altre è previsto un incremento[1]. 

Italiani, state allegri! Non avete i soldi per comprare un’auto nuova? Vi aiutiamo noi con una bella tassa: vi passa la voglia d’inquinare?
E’ vero, hanno ragione: siamo un popolo d’inquinatori, siamo poveri e pure un po’ “puzzoni”; per questa ragione meritiamo d’essere colpiti. Se i medici ragionassero come lor signori, curerebbero la dissenteria con i tappi.
Meno che mai, però, m’aspettavo che a raccontar frottole ci si mettesse pure l’ENEL nelle bollette: almeno, così sembrerebbe da una lettura “consapevole” della bolletta.
Premettiamo che incontro minori difficoltà nel leggere le Centurie di Nostradamus – scritte in francese medievale utilizzando un impianto sintattico di derivazione latina – che una bolletta dell’ENEL ma, se le parole hanno un senso, c’è qualcosa che non quadra.



Il papiro dell’ultima bolletta (come noterete dall’immagine) se la gioca con quelli di Ramsete o di Cheope, con una differenza: probabilmente gli egiziani dell’epoca in quei papiri ci capivano qualcosa. Noi, dal “papiro” dell’ENEL, riusciamo solo a comprendere che s’acchiappano un sacco di soldi e non si sa nemmeno bene per quale ragione.
L’ENEL mi comunica che in base alle varie sigle – A, UC, MCT – e dalle “sottosigle” A2, A6, UC5 più l’IVA ed altro ancora si è presa dal mio conto in due mesi 18,56 euro: bel colpo, niente male. Insomma, consumo 135,51 euro di corrente e ne pago 173,26, ossia 37,75 di tasse. Calcolate sul consumo, queste imposte gravano per il 27,85%, che in un settore delicato come l’energia – sottoposto ai desideri degli sceicchi (arabi e nostrani) – non è certo un gran aiuto. 

Immagino che persone più preparate di me – penso, ad esempio, ai milioni di pensionati al minimo – sapranno destreggiarsi in mezzo a quel mare di sigle: io, che della razza sono “il primo che ha studiato”, riesco soltanto a capire quelle che indicano qualcosa. Le altre? Cosa vorrà mai dire la componente UC3 “copertura degli squilibri del sistema di perequazione e dei costi di acquisto”? E la UC 4 “integrazioni tariffarie (ex CIP 34/74)”? Devo cercare sulla Gazzetta Ufficiale qualcosa del 1974 numero 34? Ed emessa da chi? Forse, invece di cercare dalle parti del CIP, farei meglio a chiederlo a Cip e Ciop? 

Stupefacente, poi, la UC 6: “copertura dei costi derivanti da recuperi di qualità del servizio”. Ma, se un servizio “recupera in qualità”, non dovrebbe costare di meno? Mistero.
Niente paura: tutte le sigle fanno capo ad una “Deliberazione n. 5/04 e successive modifiche”. Adesso sì che sono tranquillo: chi ha emesso quella delibera? E, per le “successive modifiche”, devo rivolgermi a “Chi l’ha visto?”? No, non gridiamo allo scandalo: c’è un apposito sito Internet dove t’insegnano a capire la bolletta – lo capite, adesso, quanto siete ignoranti? – www.puntoenel.it. Non avete un computer ed un collegamento al Web? Lei è un pensionato con 514 euro il mese? Eh, ma allora ditelo! Se siete dei pezzenti compratevi delle candele…oppure un computer…lo collegherete alla spina e così, per sapere quello che non ce ne frega niente di comunicarvi in chiaro, spenderete qualche quattrino in più. Che incasseremo noi. 

Sarà vero – come affermava Marx – che “il padrone è tale perché conosce 5 milioni di parole mentre l’operaio ne conosce solo 5000” ?
Lasciamo perdere per un attimo i geroglifici dell’ENEL e cerchiamo di scoprire – con una moderna riedizione della Stele di Rosetta – almeno quello che sembra chiaro. Oh…finalmente! Per la A 3 non servono il greco e l’aramaico, poiché indica chiaramente a cosa serviranno quei soldi: “Costruzione impianti fonti rinnovabili”.
Finalmente una voce che non dovremo chiedere a Cip e Ciop od al mago Zurlì perché è così chiara che la capisce anche un bambino: con quei soldi si costruiscono impianti solari, eolici, idroelettrici, geotermici. Biomasse? Sì, in teoria anche quelle – anche se sono un po’ meno “rinnovabili” – ma la parte del leone dovrebbero farla il sole ed il vento. 

Quanto si è presa l’ENEL, in un bimestre, per costruire impianti rinnovabili dal signor Carlo Bertani? S’è acchiappata 7,28 euro. La mia famiglia è un caso “anomalo”? No, abbiamo come la gran parte degli italiani un frigorifero, una lavatrice, un forno a microonde, la TV , il computer…no, niente di diverso. Anzi, quasi tutte le lampade sono del tipo a risparmio energetico, non abbiamo la lavastoviglie e ci scaldiamo con la legna.
Questi 7,28 euro dovrebbero quindi essere un dato abbastanza nella media; in fondo sono fortunato: chissà quanto pagano per le “fonti rinnovabili” Palazzo Chigi ed il grattacielo dell’ENI all’EUR!
Se ogni due mesi pago 7,28 euro, a fine anno l’ENEL avrà raggranellato dal sig. Bertani 43,68 euro: ciò significa che – siccome gli italiani sono quasi 60 milioni, pressappoco 20 milioni di famiglie (3 persone per nucleo familiare) – ogni anno l’ENEL si mette nel borsellino quasi un miliardo di euro. Con il quale fabbrica gli impianti delle energie rinnovabili. O no?

Quanto costa un aerogeneratore? Ed un sistema fotovoltaico?
Ovviamente, ce ne sono di tanti modelli, ma per gli aerogeneratori si calcola empiricamente che il costo completo (analisi preliminare del sito, materiali, installazione, ecc) di un moderno mulino a vento corrisponde ad un milione di euro per MW di potenza (di picco) installata.
Il modello da 1 MW è abbastanza comune: anni fa s’installavano aerogeneratori di minore potenza, mentre oggi in alcune aree particolarmente adatte (Mare del Nord, costa anseatica, Danimarca, ecc) si è giunti a 3 MW. Insomma, potremmo definire il nostro mulino a vento da 1 MW come un modello medio, che costa circa 1 milione di euro. 

Con quel miliarduzzo di euro l’anno, quindi, ogni anno l’ENEL avrà costruito – se riteneva coerente la scelta del vento – un migliaio d’aerogeneratori.
Qualcuno li ha visti?
In Germania ci sono circa 8.000 aerogeneratori, in Spagna 6.000 e quando s’attraversa la meseta spagnola si vedono, eccome. Non parliamo poi della Germania, dove ci sono addirittura delle “selve” di mulini che ruotano.
No, per quanto ci sforziamo, c’impegniamo a girare il Bel Paese con una fotocamera a tracolla non riusciremo a scovare le migliaia d’aerogeneratori, semplicemente perché non esistono. 

Avranno puntato sul sole?
Gli impianti solari sono un po’ più costosi, parliamo di circa 6-8 milioni di euro per MW (di picco) installato[2] e con il solito miliardo l’anno se ne potevano costruire circa 140. Non è molto, e sarà per questa ragione che non si trovano manco gli impianti fotovoltaici.
Il geotermico? A parte lo storico sito di Larderello – in Toscana – null’altro si muove. L’idroelettrico? Per quanto riguarda la produzione dei grandi impianti non c’è stato nessun incremento, anzi – a causa dell’irregolarità delle precipitazioni – in alcuni anni c’è stata addirittura una diminuzione. 

Sarebbe interessante investire un po’ di quei soldini per il cosiddetto “micro-idroelettrico”, ossia per captare energia dall’acqua utilizzando le vecchie canalizzazioni dei mulini ad acqua: ce ne sono migliaia, soprattutto nella valle padana, ma i vecchi mulini continuano a sonnecchiare tranquilli, nessuno ha chiesto loro di rimettersi al lavoro.
Non parliamo poi di captare energia dal mare: sono soltanto sogni, capito? Le pompe di calore, il moto ondoso, le correnti sottomarine…insomma, dove va a finire qual miliardo di euro?
Ad essere precisi, in un servizio giornalistico trasmesso durante una puntata di Ballarò, la redazione di RAI3 ha affermato che i miliardi “raggranellati” dall’ENEL sono 3 l’anno, e non uno, ma non è molto importante: da uno a tre, quel che si è visto è zero.
Non è nemmeno molto importante stabilire se, come e quando si devono costruire impianti per captare le energie rinnovabili e di quale tipo: è l’ENEL stessa che afferma di volerli costruire, e ci chiede addirittura un bel contributo!

Che fine fanno quei soldi?
Per prima cosa sono state equiparate alle altre energie anche le biomasse – e fin qui ci si potrebbe anche stare – ma, successivamente, sono state inclusi nelle biomasse anche i rifiuti.
Ora, i rifiuti sono sì – almeno in parte – una “massa biologica” (ossia un combustibile) ma non rientrano a pieno titolo nella categoria delle energie fornite in natura, poiché è l’uomo a produrli.
Secondo appunto: per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti paghiamo già un’apposita (e salatissima) tassa che dovrebbe essere sufficiente per coprire tutte le spese di smaltimento. Sui rifiuti campa allegramente un universo di strane holding “borderline”, costituito da misteriose aziende e da noti clan (vedi la situazione campana). Sarà per questa ragione che sono diventati “rinnovabili”? Sì, perché altrimenti non si capirebbe come si “rinnovano” i conti miliardari della camorra napoletana. 

Basta così? Manco per idea.
I petrolieri hanno un grave problema da risolvere: dato l’alto costo del greggio, il prezzo dell’olio combustibile per le centrali termoelettriche è troppo elevato. Si finisce per generare un KW che costa di più di quello prodotto con il carbone, col nucleare e con l’eolico. Una maledizione.
Che farne di tutto quell’olio pesante? L’unico modo d’utilizzarlo sarebbe quello di “riciclarlo” sotto forma di benzina e gasolio – con un processo chimico definito di cracking, ossia mediate la rottura delle lunghe “catene” di atomi dell’olio pesante per ridurle in spezzoni più piccoli, come la benzina – ed allora potremmo affermare che quell’olio pesante viene “rinnovato”…ossia trasformato…insomma, le industrie petrolifere sono quelle che incassano la fetta più grossa dei miei 7 euro, per trattare del petrolio come si è sempre fatto da quando esiste l’industria petrolchimica. 

Non meravigliamoci troppo: la terza parte dell’8 per mille che gli italiani hanno devoluto allo Stato è stato destinato alla missione in Iraq. Fondi umanitari? No, perché il 94% delle spese della missione “Antica Babilonia” rappresentava la parte militare e solo il 6% quella civile. Lo ha recentemente ammesso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta (il Giovane), da non confondere con lo zio (Letta il Vecchio) – sempre Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – ma con Berlusconi.
“L’operazione è riuscita ed il paziente è morto” – potremmo titolare – perché scommetto che se ci s’immerge nella selva delle leggi, regolamenti e “successive modificazioni” andremo a scoprire che è perfettamente legale. Come fu legale per Nino Rovelli ricevere 700 miliardi di lire (dell’epoca!) dallo Stato (cioè da noi) per costruire l’industria chimica in Sardegna: i sardi sanno bene com’è andata a finire. L’unica cosa che non si riuscirà mai a sapere è che fine fecero quei 700 miliardi.

C’è però un altro appunto da fare al “prelievo” effettuato dall’ENEL per costruire impianti per le energie rinnovabili.
Se, poniamo il caso, con il gettito di un solo anno avessero costruito mille aerogeneratori da 1 MW – siccome in Italia un aerogeneratore produce in media per 1051 ore l’anno – si sarebbero prodotti 1.051.000 MW d’energia (1.051 x 1 x 1.000).
Quanto avrebbero fornito – in termini economici – quei mille mulini a vento?
La questione è abbastanza complessa, poiché esiste una “Borsa Elettrica” nella quale l’energia varia di prezzo – secondo la legge della domanda e dell’offerta – da un minimo di 0,03 centesimi di euro (ore notturne) a circa 0,17 centesimi (ore di massimo consumo): sono valori che possono subire variazioni secondo il periodo, la stagione, ecc. 

Il prezzo di produzione di 1 KW con il petrolio è di circa 0,07 centesimi di euro: prendiamolo come prezzo medio di riferimento. Ebbene, a quel prezzo, i 1.000 aerogeneratori avrebbero reso 73.570.000 euro l’anno: in 30 anni (considerata la “vita media” di un moderno aerogeneratore, anche se nessuno sa se può durare di più[3]), l’ENEL avrebbe ricavato 2.207.100.000 (più di due miliardi di euro).
Non stiamo troppo a sottilizzare sul perché non l’hanno fatto – probabilmente sono stati più sensibili alle “esigenze” dei petrolieri – e poniamoci una domanda: a chi sarebbero appartenuti quei due miliardi di euro?

All’ENEL? Allo Stato? Allo zio Paperone?
Se non ho le traveggole, mi sembra che in un sistema capitalista i redditi dei capitali siano degli investitori: o no? Con quali soldi sarebbero stati costruiti quei mulini a vento? Con quelli dei tanti come me che li pagano in bolletta. Ci avrebbero reso, in cambio, sostanziali sconti in bolletta od una compartecipazione agli utili? Come no…ci crediamo tutti, vero? Probabilmente li avrebbero fatti vendere all’asta da Vanna Marchi e dal Mago do Nascimiento.

Quei 7 euro sono quindi – a tutti gli effetti – la prova di un reato d’appropriazione indebita e, siccome non è stato costruito nulla, si tratta di una truffa bella e buona, proprio come il “rito del denaro” della venditrice di fumo televisiva condannata per quel reato. Oppure è tutto legale?
Altrettanto legale è costruire le autostrade con i soldi pubblici, per poi privatizzarle e venderle: e le case degli enti pubblici? Dove vanno a finire i soldi che paghiamo in busta paga per la GESCAL , IACP o come adesso si chiama?
Se l’Italia fosse un paese normale – come sostiene di sognare Romano Prodi – non sarebbe possibile prelevare dalla bolletta dell’ENEL miliardi di euro per poi “girarli” – sotto varie forme – agli “amici degli amici”. 

In un paese normale, chi afferma di destinare dei soldi per le industrie energetiche rinnovabili – e poi li “devia” verso i rifiuti ed il petrolio – sarebbe passibile di pena. Quale?
Ah, c’è un’ampia scelta: false comunicazioni sociali, truffa, falso in atto pubblico…
In un paese normale. 
Invece di chiedere umilmente a lor signori come si legge una bolletta, facciamo sapere a chi di dovere – l’ENEL non “s’abbassa” a fornire un indirizzo di posta elettronica, che usino i “pizzini”? – che non siamo fessi: siamo delusi ed arrabbiati. L’unico modo che abbiamo per protestare – finché possiamo farlo – è inviare questo articolo (ovviamente se siete d’accordo) alla casella (o alle caselle) di posta che troverete sotto (File, Invia, Pagina per posta elettronica e quindi copiare nella casella del destinatario l’indirizzo, o gli indirizzi, di e-mail). Almeno, faremo sapere loro che esiste ancora gente che vorrebbe vivere in un paese normale.

trasparenzanormativa@governo.it
segreteria.ministro@attivitaproduttive.gov.it
callcenter@giustizia.it

Carlo Bertani bertani137@libero.it www.carlobertani.it 


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[1] Fonte ANSA 
[2] Il costo di realizzazione di una centrale di grande taglia è di circa 6-7,5 mila euro/kwp dovuto per circa il 60% al costo dei moduli e per il 40% al costo degli altri componenti e dell’installazione. Fonte: Università degli Studi di Siena – Dipartimento di Chimica – Corso di Tecnologia ed Economia delle Fonti Energetiche - A.A. 2004/2005. Responsabile Prof. Riccardo Basosi, 1° Modulo Dott. Ing. Nicola Graniglia.
[3] Purtroppo, i vecchi modelli d’aerogeneratori si rompevano facilmente poiché la tecnologia eolica era ai primi passi: è il caso dei modelli installati parecchi anni fa in Sardegna. Oggi, sono fra le macchine più robuste che si conoscano. 

www.disinformazione.it 

 

Enrico Mattei, l'unica persona al mondo che ha osato sfidare le potentissime "Sette Sorelle" del petrolio. E per questo il 27 ottobre 1962 è stato assassinato!!!
Ecco le Corporation anglo-americane sicuramente implicate: Standard Oil of New Jersey (statunitense, oggi Exxon-Mobil), Royal Dutch Shell (anglo-olandese, rimasta Shell), Anglo Persian Oil (britannica, oggi BP), Standard Oil of New York (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Socony (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Standard Oil of California (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Gulf Oil (statunitense, oggi Chevron-Texaco)

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Chi ha ucciso Enrico Mattei?
Eufemia Riannetti – 31 ottobre 2006 – tratto da Rinascita www.rinascita.info 

Enrico Mattei fu assassinato, il suo caso insabbiato, i testimoni messi a tacere. Ma una cosa è certa: l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’ENI e che cadde la sera del 27 ottobre 1962 a Bascapé, alle porte di Milano, fu sabotato. 

Era un uomo che dava molto fastidio. La strategia di Mattei era volta a spezzare il monopolio delle “sette sorelle”, non soltanto per il tornaconto del nostro ente petrolifero, ma anche per stabilire rapporti nuovi tra i paesi industrializzati e i fornitori di materie prime.
Una strategia semplicemente inaccettabile per le grandi compagnie petrolifere che si spartiscono le ricchezze del mondo. 

Dall’inchiesta della Procura di Pavia, riaperta a metà degli anni ‘90, risulta inoltre evidente che l’insabbiamento di quel crimine fu diretto dai vertici dei servizi. Per il sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia il fondatore dell’ENI fu “inequivocabilmente” vittima di un attentato. Vincenzo Calia giunge vicino alla soluzione del caso e formula l’ipotesi dell’attentato, ma non può provarla. Scrive Calia: “L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”. Calia ha dimostrato che l’esplosione che abbatté il bimotore Morane-Saulnier su cui viaggiavano il presidente dell’ENI, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale fu causata da una bomba collocata nel carrello d’atterraggio del velivolo. Le prove contenute nelle 208 pagine del fascicolo dimostrano anche che l’inchiesta del 1962, presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi, conclusasi dichiarando l’impossibilità di “accertare la causa” del disastro, fu in realtà un mostruoso insabbiamento. 

Finora davanti alla sbarra è finito soltanto un contadino di Bascapé, Mario Ronchi, accusato di “favoreggiamento personale aggravato”. Secondo l’accusa vide l’aereo di Mattei esplodere in volo, rilasciò alcune interviste in questo senso a diversi organi di stampa e alla Rai e poi... si rimangiò tutto. Chi ha sabotato l’aereo? Chi sono i mandanti? Il pubblico ministero Calia non riesce ad accertarlo, ma è probabile che vi siano responsabilità di uomini inseriti nell’Eni e negli organi di sicurezza dello Stato. E ancora depistaggi, manipolazioni, soppressioni di prove e di documenti, pressioni che impediscono l’accertamento della verità. 
Il 27 luglio 1993 dal “pentito” di mafia Gaetano Iannì giungono dichiarazioni importanti. 

Secondo Iannì per l’eliminazione di Mattei ci fu un accordo tra non meglio identificati “americani” e Cosa nostra siciliana. A mettere una bomba sull’aereo di Mattei fuono alcuni uomini della famiglia mafiosa capeggiata da Giuseppe Di Cristina. Anche Tommaso Buscetta rivela che la mafia americana chiese a Cosa nostra il favore di eliminare Enrico Mattei “nell’interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane”. In Italia, poi, Mattei era un finanziatore della politica, nemico dei circoli economici e politici legati ai grandi interessi.
La certezza è che il presidente dell’ENI Enrico Mattei, il più potente manager di stato italiano viene uccisola sera del 27 ottobre 1962 insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista americano William Mc Hale. Parallelamente all’inchiesta amministrativa condotta dall’Aeronautica Militare, la Procura di Pavia apre un’inchiesta per i reati di omicidio pluriaggravato e disastro aviatorio. L’inchiesta militare si chiude rapidamente, nel marzo 1963, senza avere sostanzialmente accertato la causa dell’incidente; Pavia chiude le indagini penali il 7 febbraio 1966, accogliendo le richieste della procura e pronunciando sentenza “di non luogo a procedere perché i fatti non sussistono”. A ridare fiato alla vicenda sul finire degli anni Settanta sono un libro e un film. Il libro, scritto da Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, è intitolato “L’assassinio di Enrico Mattei”. Il film è “Il caso Mattei” di Francesco Rosi. 

Contemporaneamente Italo Mattei, fratello di Enrico, chiede che venga istituita una commissione parlamentare di inchiesta. Sono troppi i dubbi sull’incidente e inoltre la scomparsa di Mattei ha fatto comodo a troppe persone, in Italia e all’estero, dal momento che i suoi rapporti con i paesi del terzo mondo produttori di petrolio avevano urtato il cartello petrolifero delle sette sorelle. La riapertura delle indagini viene chiesta anche da una campagna stampa del settimanale “Le ore della settimana” e da una serie di interrogazioni parlamentari. L’interesse attorno alla misteriosa fine del “re del petrolio italiano” riceve nuovo impulso dalle indagini sulla scomparsa del giornalista dell’ “Ora” di Palermo Mauro De Mauro, il 16 settembre 1970. Una delle piste seguita dall’inchiesta sulla fine di De Mauro ipotizza infatti che il giornalista palermitano sia stato sequestrato e ucciso per aver scoperto qualcosa di molto importante circa la morte del presidente dell’E.N.I.: De Mauro aveva infatti ricevuto dal regista Rosi l’incarico di collaborare alla preparazione della sceneggiatura del film “Il caso Mattei”, ricostruendo gli ultimi due giorni di vita trascorsi dal presidente dell’E.N.I. in Sicilia. 

L’indagine sulla scomparsa di De Mauro si conclude in un nulla di fatto, nonostante la richiesta di ulteriori investigazioni formulata dal GIP di Palermo ancora nel 1991. Il procedimento viene archiviato il 18 agosto 1992: De Mauro non poteva aver scoperto nulla di particolare intorno alla morte di Enrico Mattei, dal momento che la magistratura di Pavia aveva ritenuto del tutto accidentale la natura del disastro di Bascapè. Il 20 settembre 1994 il gip di Pavia autorizza la riapertura delle indagini nei confronti di ignoti. La riapertura era stata chiesta dalla procura pavese che, per competenza, aveva ricevuto dalla procura di Caltanisetta l’estratto delle dichiarazioni rese da un pentito di mafia. Il 5 novembre 1997 il pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calia giunge a questa conclusione: “l’aereo, a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Inrneio Bertuzzi, venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962. Il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei loro alloggiamenti”. Di più non si riesce a scoprire e le domande rimangono. Enrico Mattei stava per spezzare la morsa costruita attorno a lui dal cartello petrolifero che escluse l’ENI dal mercato petrolifero internazionale, negandogli concessioni nei paesi produttori alla pari con le altre compagnie petrolifere. Mattei allora dichiarò guerra al sistema neocoloniale delle concessioni, offrendo ai paesi produttori un accordo rivoluzionario, il 75% dei profitti contro il 50% finora offerto dalle compagnie, e la qualificazione della forza lavoro locale. Il cartello reagì furiosamente, giungendo a rovesciare governi, come quello libico, che avevano accettato l’offerta e aperto all’ENI prospettive di grandi forniture. Nel 1962, quando si andava prospettando la soluzione della questione algerina, Mattei era riuscito ad aggirare il blocco. 

Sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), Mattei aveva ipotecato un trattamento preferenziale verso l’ENI dal futuro governo. Si pensava allora che l’Algeria possedesse, al confine con la Libia , le più vaste riserve di petrolio inesplorate del mondo. Parallelamente a Mattei si mosse De Gaulle, che decise di riconoscere l’indipendenza algerina. Come contropartita, la compagnia petrolifera francese ottenne gli stessi privilegi dell’ENI. L’ingresso trionfale dell’ENI sul mercato petrolifero era quindi quasi assicurato.
Non solo, l’Executive Intelligence Review, attraverso una ricostruzione minuziosa del caso Mattei, afferma che il presidente dell’Eni, alla fine, era riuscito ad aprire un dialogo con la Casa Bianca , nonostante la stampa internazionale avesse dipinto Mattei come un pericoloso sovversivo anti-americano. Mattei, per l’Eir, era riuscito a far capire alla nuova amministrazione Kennedy che tutto ciò che desiderava era essere trattato alla pari, che egli non ce l’aveva con l’America ma con i metodi coloniali applicati dalle “sette sorelle” del petrolio. L’amministrazione Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon , per concedere all’Eni dei diritti di sfruttamento. L’accordo sarebbe stato celebrato con la visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato Kennedy, e dal conferimento di una laurea honoris causa da parte di una prestigiosa università statunitense. 

Alla vigilia di quel viaggio, il 27 ottobre 1962, Mattei fu assassinato. Un anno dopo, fu ucciso Kennedy. In un rapporto confidenziale del Foreign Office del 19 luglio 1962, si leggeva che “il Matteismo” era “potenzialmente molto pericoloso per tutte le compagnie petrolifere che operano nell’ambito della libera concorrenza (...). Non è un’esagerazione asserire che il successo della politica ‘Matteista’ rappresenta la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo”. E quindi Mattei andava eliminato, in un modo o nell’altro. 

Eufemia Giannetti 


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